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Intervista a Edgar Reitz

Giuria Pardi di domani

Edgar Reitz

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Edgar Reitz, lei è diventato uno dei più famosi registi del mondo per aver diretto la grande utopia cinematografica Heimat, ma viene qui per presiedere la giuria del concorso dedicato ai cortometraggi. Come si trova nel suo ruolo?

Quando ho ricevuto l’invito di Carlo per la giuria dei corti, in un primo momento mi sono stupito: da decenni sono famoso per aver prodotto i più lunghi film della storia del cinema. Ma anch’io più di 50 anni fa ho esordito dirigendo corti e sono stato parte di un movimento, l’“Oberhausener Gruppe“, che riuniva degli autori di corti. È dal corto che è poi sorto il Nuovo Cinema tedesco.

 

Come cineasta, lei ha mosso i primi passi realizzando cortometraggi. Quali ricordi ha di quel periodo?

Naturalmente la situazione all’inizio degli anni Sessanta era completamente diversa. Per me in primo piano c’era la sperimentazione. Mi sembrava di appartenere a una generazione di pionieri: volevo scoprire “la lingua del cinema”. La camera era per me uno strumento d’indagine dei meccanismi sociali. Ho subito creduto che, con l’aiuto dell’arte cinematografica, si potesse portare gli uomini a una nuova visione del mondo.

 

Gli inizi della sua carriera sono radicati nel cinema tedesco degli anni Cinquanta. Anche se ha immediatamente dato il suo tocco personale alle sue opere, qual è la sua opinione sulle produzioni di quel periodo, che è anche al centro della Retrospettiva di quest’anno?

Come la maggior parte dei registi della mia generazione, allora non avevo nessun interesse per il cinema tedesco. Veneravo i grandi cineasti italiani (Rossellini, De Sica, Visconti e Fellini) e ammiravo Truffaut, Godard e Malle. I film tedeschi per me non erano altro che l’espressione dell’età di restaurazione di Adenauer. Il senso di rifiuto era tale che non conosco quasi nessuno dei film che vengono mostrati nella retrospettiva; un atteggiamento, a ripensarci, probabilmente ingiusto.

 

Tornando a Heimat, lei ha detto che con quell’opera aspirava, dopo le sue esperienze precedenti, a fare qualcosa che riflettesse completamente la sua idea di cinema. Di conseguenza, non ha posto limiti alla sua opera. Ma per lei i limiti possono avere anche una valenza positiva?

Ogni lavoro artistico ha limiti: confrontarmi con i confini del possibile è sempre stato importante per me. Trovo tuttavia che il cinema cominci solo oggi a liberarsi dai vincoli degli inizi. Solo ora vengono riconosciute le possibilità delle grandi narrazioni epiche. La letteratura, vecchia di millenni, da questo punto di vista è molto più avanti. Conosce le forme brevi della lirica, quelle drammatiche del teatro, l’ampiezza del romanzo… Per noi ci sono ancora molti confini e tabù da infrangere.

 

Ha detto spesso che la letteratura è sempre stata la sua principale fonte d’ispirazione, in particolare le opere di Proust. Ma i grandi romanzi possono fare da referente per racconti, poesie o anche per il cinema nelle sue forme più brevi?

Amo Proust e Dostojevskij, ma non cercherei mai di trasformare in film la grande letteratura. Penso che ogni arte abbia sue leggi e temi che non possono essere trasposti nelle altre. Nessuna può essere il punto di partenza o il sostituto delle altre.

 

Ci sono numerosi autori contemporanei che, pur se in modo differente dal suo, sono tornati a lavorare su forme di cinema estese. Penso ad esempio al regista filippino Lav Diaz. Come giudica queste esperienze?

Nel 1980, con Heimat, volevo unire le esperienze di una vita in una grande forma narrativa. La mia tesi più importante era che un essere umano può venir osservato in modo realistico solo considerando il tempo e i luoghi della sua esistenza importanti tanto quanto le sue caratteristiche. Mi fa piacere che oggi nel mondo ci siano molti registi che battono la via della narrazione epica – e con successo.

 

Quali consigli darebbe a quei giovani registi che usano il corto come palestra per passare al lungometraggio? È una tappa necessaria?

Non bisogna sottovalutare il corto: è molto più che una palestra per nuove leve. Può essere una grande opera d’arte tanto quanto un lungometraggio, anche se il mondo commerciale non la vede così! Consiglio a ogni giovane regista di vedere i propri corti come espressione di tutto sé stesso.

 

Lorenzo Buccella
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