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El futuro perfecto

Concorso Cineasti del presente

El futuro perfecto

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Tutto incomincia come un’intervista: le domande sono in fuoricampo e l’espressione un po’ impacciata di Xiaobin rivela la sua difficoltà a maneggiare lo spagnolo. Poi ci si accorge che l’attenzione non va tanto su ciò che la giovane dice ma sul modo in cui lo fa; l’intervistatrice la riprende e la corregge. Dal documentario si trascorre alla lezione di lingua: Xiaobin non è più sola ma interagisce con altri studenti. Dalla stanza chiusa Xiaobin è trasportata nel mondo esterno, per le strade della città e nel negozio dove lavora. Qui incontra Vijay, un indiano che pare bene integrato e che la invita a uscire. Un’ipotesi di storia, per quanto improbabile, prende piede…

La realtà e la sua trascrizione: Nele Wohlatz sembra voler ribaltare l’ordine delle cose. In questo senso El futuro perfecto è un’opera che sarebbe piaciuta a Wittgenstein, nel senso cheperché presenta la realtà comeè una creazione del linguaggio. C’è poi un altro modo, più politico, di intendere la situazione, che fa riferimento al percorso di sradicamento e di autoreclusione cui l’immigrato è sottoposto. El futuro perfecto, però, non calca i toni del film sociale; ha la leggerezza dei racconti di Rohmer: ma come nel caso del maestro francese, tale semplicità è solo apparente.

Un meccanismo calibrato fin nei dettagli presiede al racconto e alla sua messa in scena; per fortuna la struttura è bilanciata da un’ironia che pervade ogni inquadratura. Tanto che, quando alla fine la realtà finirà per essere presa in gabbia, si potrà sorridere insieme alla giovane Xiaobin, che nel frattempo avrà imparato a «hablar español».

 

Carlo Chatrian
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