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Charlize Theron: "Vulnerabile? Mai"

Atomic Blonde - Piazza Grande

Charlize Theron: "Vulnerabile? Mai"

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Charlize Theron, partiamo dal principio: come nasce Atomic Blonde?

Sette anni fa stavo cercando un personaggio da inserire in circostanze nelle quali avrebbe potuto giocare seguite dagli uomini. La graphic novel era ancora inedita a quel tempo; ne ricevetti dieci pagine. Qualcosa mi colpì del personaggio di Lorraine, ci ho visto del potenziale e abbiamo trovato uno sceneggiatore, Kurt Johnstad. Il film è comunque molto diverso dal fumetto, anche i personaggi. Pronto lo script, abbiamo iniziato a cercare un regista e David Leitch è arrivato con un'enorme capacità di trasporre quel mondo così come lo vedeva, con gli occhi di un filmmaker. Non avevamo condiviso con lui le ricerche che Kurt aveva fatto nello scrivere il film, ma le idee hanno proprio coinciso. Così abbiamo capito di aver trovato l’uomo giusto.

 

Perché ha deciso di produrre e recitare in uno spy-movie?

Mi piacciono molto i thriller di spionaggio ,ma qualche volta li trovo scialbi, sembrano tutti uguali, tutte le spie indossano cappotti! Così ci è venuta l’idea: e se la nostra spia pensasse che il miglior travestimento fossero giarrettiere e abiti eclatanti?

 

Cosa l’ha ispirata maggiormente quando ha iniziato ad avvicinarsi al personaggio di Lorraine?

Volevo mostrare quanto fosse duro per donne come Lorraine condividere l'intimità con altre persone, perché vivono in un mondo circondato di segreti ed essere vulnerabile è una delle cose più pericolose da mostrare.

 

Può parlarci di come avete trovato la giusta ambientazione per Atomic Blonde?

Abbiamo visto foto degli inizi del movimento punk underground a Berlino Est. Era vibrante, vivo e colorato. Quelle immagini ci hanno veramente ispirato a realizzare il film in questo modo. Per quanto riguarda la caduta del Muro, è stato un evento di livello internazionale: non era solo un qualcosa di circoscritto a Berlino, ha rappresentato ciò che stava avvenendo nel mondo, specialmente in Sud Africa con l’Apartheid. Quest’idea di separazione, che fosse attraverso un muro o con un cartello appeso in un bagno con scritto “solo per bianchi”, c'era anche in Sud Africa. Per questo il mio ricordo è molto vivido.

Adriano Ercolani
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