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Ardant: "Abbiamo una vita sola. Viviamola come ci piace"

Ardant: "Abbiamo una vita sola. Viviamola come ci piace"

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Fanny Ardant, nel suo percorso artistico ha incarnato una vasta galleria di figure femminili, per giungere a Lola, nata uomo e divenuta donna – un ruolo impensabile fino a pochi decenni fa. Crede che le trasformazioni sociali abbiano cambiato sostanzialmente la raffigurazione delle donne al cinema?

Io penso questo: i tipi umani sono stati scritti da Omero. Dopo, possono esserci stati alcuni cambiamenti, ma anche nella letteratura greca ci sono uomini diventati donne… In una storia, la cosa che mi interessa di più è il carattere del personaggio, attraverso il quale si possono dire cose sull’essere umano valide per l’eternità. Ho visto film e letto molto prima di iniziare a vivere; questo m’ha dato cibo per più tardi. Grandi personaggi femminili come Emma Bovary o Anna Karenina rimangono dentro di te molto più degli insegnamenti della tua maestra o del prete…
E prendiamo Lola Pater: il film non ci parla tanto di transessualità. Quello che ci dice è: tu hai una vita sola, vivila, con difficoltà e sofferenza, ma come ti piace.

 

È questo che l’ha colpita di Lola?

Ho amato subito questo personaggio; soprattutto mi è piaciuta molto la sua relazione con il figlio. E poi il suo carattere: è fragile e allo stesso tempo determinata, fantasiosa e vulnerabile – mostrava una grande ricchezza, molto interessante da interpretare.

 

È stato difficile calarsi nel ruolo di un uomo divenuto donna?

Una volta che si fa propria la lunga strada che Farid ha dovuto fare per diventare Lola, ciò che resta è la domanda: come puoi ritrovare un figlio che hai perso? È una questione d’istinto, ma distinguere tra istinto paterno e materno era appropriato al tempo delle caverne… Adesso un padre o una madre possono dare le stesse cose; dunque nell’interpretare ciò che si prova verso un bambino non ho avuto enormi difficoltà.
Mi ricordo di questo film come un piacere. Amavo molto Nadir. Quando stai nelle mani di un regista che conosce bene il suo film – il soggetto, il personaggio – e puoi lavorare con lui, non è come fare un tuffo nell’ignoto. Come quando ho recitato la parte di Maria Callas ed ero diretta da Zeffirelli, che l’aveva conosciuta bene.

 

Tutte esperienze che devono averla aiutata nel momento in cui si è dedicata alla regia…

Conoscere le difficoltà della produzione mi ha allenata. Poi a me è sempre piaciuto stare sul set, guardare, aspettare, capire da dove venivano le difficoltà. Quando sono passata dall’altra parte della macchina, volevo riprodurre le cose che erano dentro di me, e farlo dando fiducia agli attori. La fiducia dà delle ali: se un regista ha paura di te è finita. Sono convinta che tutte le storie siano state raccontate, ma ciò che cambia è il momento presente: l’alchimia, il piacere di fare le cose insieme, di credere a ciò che si fa. È l’unica cosa che importa.

 

Chiudiamo con un ricordo: 1983. Il Festival si apre con Vivement dimanche!, film di Truffaut di cui era protagonista.

Ricordo l’allegria: come se tutto il film fosse un bicchiere di champagne. Era intenso e leggero.

Sara Groisman
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