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Haynes: "Ho sempre voluto mettere in discussione il club"

Pardo d'onore Manor

Haynes: "Ho sempre voluto mettere in discussione il club"

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Todd Haynes, tu sei stato descritto in tutta la tua carriera come regista indipendente. Cosa significa questa etichetta? E cosa rappresenta l'indipendenza?

L'indipendenza riguarda i modi con cui continuiamo ad andare oltre i confini di ciò che prevede il medium, mantenendo vivo (si spera) il medium stesso. Quando metti in discussione delle convenzioni, le cose non si inceppano ed è questo ciò che rende vitali le esperienze creative, anche nelle migliori forme di intrattenimento popolare. La gente è abituata ad attribuire l'etichetta "indipendente" per quanto riguarda il modo in cui i film sono stati finanziati, senza ottenere denaro dagli studios. In poco tempo questo è diventato un modo molto limitato di descrivere le opere, perché molte volte questi film "indipendenti" assomigliavano a quelli prodotti dagli studios dal punto di vista dello stile e della sensibilità - volevano solo entrare nel club, insomma. Invece, io ho sempre voluto mettere in discussione il club.

Che tipo di produttori hanno ispirato te e il tuo stile?

Il tipo di arte, di letteratura e di film che mi ha formato e mi ha sempre fatto pensare è quello che interroga la società e vede le cose in un modo nuovo, da un punto di vista diverso. Stavo uscendo da un certo tipo di sensibilità sperimentale e ho finito per riesaminare i formati tradizionali della classica produzione cinematografica di Hollywood nel suo periodo d'oro. Molti cineasti che mi hanno attirato, come Fassbinder, hanno fatto il medesimo viaggio: ha assunto inizialmente una sensibilità radicale e poi ha scoperto Douglas Sirk, concentrandosi sulle convenzioni del melodramma. È lo stesso tipo di sensibilità da outsider che si può vedere anche nelle opere di Alfred Hitchcock: voleva che il pubblico fosse nella sua morsa, eppure poteva parlare dei conflitti universali all'interno di tutti noi, del pericolo e dell'illecito. Poteva essere radicale e popolare allo stesso tempo.

Hai realizzato sette lungometraggi in 27 anni. Avresti voluto realizzare un maggior numero di film, magari a grande budget?

Sicuramente non a grande budget. Non vorrei muovermi verso strade più commerciali. Sono contento del mio livello di fama, vorrei ancora essere in grado di vivere la mia vita, altrimenti perderei il contatto col mondo. Voglio rimanere connesso a ciò che mi guida, e non solo trasformarmi in un creatore di prodotti, selezionare le caselle del successo ed entrare nella macchina dei premi. Soprattutto il processo che porta a questo tipo di riconoscimenti è una strana distorsione, una realtà di marketing che accetto e capisco, ma che distrugge qualcosa dentro di te ogni volta che lo attraversi. I festival invece mi piacciono.

Nel corso della tua carriera hai collaborato di frequente con persone come la produttrice Christine Vachon, il direttore della fotografia Ed Lachman e le attrici Julianne Moore e Cate Blanchett. Hai tentato in coscienza di creare una famiglia con cui lavorare?

Come famiglia, siamo davvero disfunzionale (ride). Ma funzioniamo molto bene quando si tratta di lavorare. Mi aiutano con la loro continua vitalità, con la loro creatività, e anche nel portare nuove persone nella giro.

Massimo Benvegnú
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