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La telenovela errante

Concorso internazionale

La telenovela errante

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Forse non tutti sanno che la straordinaria carriera di Raúl Ruiz oltre a 120 film contempla una parentesi come sceneggiatore di telenovelas per la tv messicana. È il 1965 ed è il momento in cui il suo rapporto con la macchina da presa si infittisce, dapprima lavorando per il piccolo schermo e poi realizzando nel 1968 Tres tristes tigres che proprio a Locarno esordirà vincendo l’anno dopo il primo premio. Cinema e televisione insomma sono strettamente connessi negli esordi del grande regista cileno, che spesso ha contaminato l’estetica e le modalità produttive del primo con la seconda.

È risaputo invece che Ruiz, a seguito del colpo di stato del 1973, dopo 18 produzioni lascia il suo paese e diventa un cittadino apolide, realizzando film in Francia, Italia, Portogallo, Germania, Olanda. Torna in patria brevemente negli anni Ottanta e poi di nuovo dopo la caduta del regime di Pinochet. Nel 1990 viene invitato per un workshop che coinvolge alcuni attori di cinema e televisione; con loro gira rapidamente, come è suo costume, un film che nelle sue intenzioni voleva essere un ritratto del Cile visto attraverso il filtro della soap opera. Il film montato dalla sua complice Valeria Sarmiento resta incompiuto fino a qualche mese fa, quando le bobine trovate alla Duke University sono trasferite in Cile per il lavoro di restauro e montaggio.

Pensato come un viaggio scandito in 7 giornate, La telenovela errante è un film che sequenza dopo sequenza passa dalla riproduzione di una realtà dove le parole non comunicano più nulla a una visione dove nulla è più reale. Una lenta progressione in cui la tv inizia a dialogare con il pubblico e lo schermo non è più una barriera ma diventa una membrana porosa che collega luoghi diversi. Un film che viene dal passato e che oggi trova la forza di affacciarsi per la prima volta al cinema perché ancora capace di leggere e raccontare il presente come pochi altri. In piena sintonia con quella missione verso “scoperte autoriali” che Locarno non ha mai ridotto a questioni anagrafiche.

Carlo Chatrian
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