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Alcaine: "Il segreto sta nella luce naturale"

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Alcaine: "Il segreto sta nella luce naturale"

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Lei lavora con la luce e ha sempre detto che la cosa principale è cercare “la credibilità” della luce, rispetto ai suoi usi più artificiosi. Quali sono i segreti per trovare la luce giusta, mettendosi sempre al servizio del film e quindi variando i modelli a seconda del genere in cui ci si inserisce?

Il segreto sta nell’osservazione della luce naturale, che può venire dalla finestra, dal sole, dalla luna; bisogna sempre badare a come opera nella scenografia, perché possa svolgere un ruolo nel trasmettere il sentimento che vuoi a seconda del film. È importante poi considerare con attenzione le lampade presenti nella scenografia; in questo dobbiamo essere aiutati dall’art designer, perché nella pianificazione di dove sono le lampade c’è già quasi l’ambiente del film. Questo si nota molto nei film di fantascienza, dove le scenografie sono spesso fatte su misura e quindi si può scegliere da subito la luce di base che deve avere l’opera.

 

Tra i tanti registi con cui ha lavorato spicca senz’altro la sua collaborazione con Pedro Almodóvar. Com’è nato questo incontro e com’è stato possibile creare quella simbiosi visiva tra la volontà del regista e la sua fotografia che è diventata una cifra stilistica immediatamente riconoscibile?

Devo dire che io cerco di adattarmi ai registi totalmente. Pedro si preoccupa sempre molto dell’ambiente, delle scenografie, dei colori, tra i quali c’è continuità in tutti i suoi film. E io lo seguo con un tipo di fotografia che rispecchia la sua visione del mondo. Ma senza dubbio i film di Pedro si distinguono da tutti gli altri a cui ho lavorato. Se si guardano Las 13 rosas, Altamira o Passion, si vede che la mia fotografia è diversa in ciascuno. Una volta Bigas Luna mi ha chiesto com’era possibile che io, finito un film il sabato, iniziassi il lunedì con uno completamente diverso. Gli rispondevo: “È che non ho memoria”. Mi faccio una specie di imposizione di non pensare a ciò che ho fatto nel film precedente, e i risultati sono abbastanza buoni.

 

Negli ultimi anni lei ha instaurato una collaborazione proficua con un autore del calibro di Brian De Palma. Dall’hitchcockiano Passion alla nuova sfida, ancora in fase di lavorazione, di Domino.

Lavoriamo molto bene perché ci capiamo molto bene. Una curiosità: quando abbiamo iniziato a lavorare a Passion, gli ho chiesto: “Perché hai chiamato proprio me?” Lui ha risposto: “La verità è che ho visto tanti tuoi film e tu sei uno dei pochi operatori viventi che davvero si preoccupa di esaltare la bellezza degli interpreti”.

 

Dai film di ricostruzione storica alle pellicole d’autore (Aranda, Erice) passando per commedie o drammi più commerciali: lei ha assistito da posizione privilegiata a tutta l’evoluzione del cinema spagnolo in quasi mezzo secolo di storia. Che tipo di cambiamenti ci sono stati?

Il cambiamento non è solo del cinema spagnolo. Parlare di tendenze nazionali era possibile quando ho iniziato a lavorare, negli anni Settanta, ma ora il cinema è un conglomerato universale. È cambiata la visione che i nuovi registi ne hanno. Perché? Di base per le nuove forme di registrazione, che hanno fatto sì che i registi potessero studiare tutti i film che sono stati realizzati fino a oggi. Di conseguenza un regista che vuole fare un film – per esempio sulla Seconda guerra mondiale – può vederne moltissimi sul tema. Così i cineasti si formano facendo riferimento al cinema degli altri, mentre prima in qualche modo erano più originali, più puri. Si preoccupavano soprattutto delle storie, che erano molto umane. Oggi invece si basano su film del passato, e questo va bene per i film d’azione: puoi andare a vedere i migliori incidenti d’auto cinematografici degli ultimi dieci anni e imitarli, magari aggiungendo qualcosa. Ma per quanto riguarda mostrare le emozioni, il lato umano, quello non si può imitarlo, bisogna crearlo: sta nel contatto tra attori e regista, nella storia… E questo ora manca. Un impoverimento, per il cinema.

 

Un’ultima curiosità: lei sostiene che il famoso quadro Guernica di Pablo Picasso sia stato ispirato dal film Farewell to Arms di Frank Borzage. Qual è per lei l’importanza di rileggere i classici in tutte le loro declinazioni artistiche?

Come la pittura, la scultura e la grafica, il cinema appartiene a una cultura che non si studia come si dovrebbe: la cultura dell’immagine. Iniziata con gli Egizi, negli ultimi 20 anni ha acquisito un’importanza incredibile: quasi ogni abitante d’Europa ha fotografie sul proprio telefono. Si è creata una cultura dell’immagine, con un processo comparabile all’ascesa della letteratura dopo l’invenzione della stampa. Penso che sia necessario elaborare uno studio dell’immagine che sia totale.

Iria López
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