News  ·  12 | 08 | 2020

Il fascino discreto della borghesia

Il film di Whit Stillman, scelto da Axelle Ropert per Un Viaggio nella Storia del Festival, torna nelle sale di Locarno

A rivedere Metropolitan oggi, a 30 anni dal Pardo d’argento a Locarno, quel che colpisce di più è quanto questo esordio sia coerente e vicino ai film scritti e diretti in seguito da Whit Stillman (solo quattro, centellinati sull’arco di 26 anni). In quest’opera prima a bassissimo budget girata, pare, tenendo sottomano il manuale Come si gira un film, c’è già tutto il suo mondo cinematografico, il suo peculiare tono e humour.

Prima tappa di una trilogia sulla scoperta di sé che proseguirà – grazie anche al ritorno di alcuni volti, come quello di Chris Eigeman – con Barcelona e The Last Days of Disco, Metropolitan ci cala in una tribù di giovani dell’alta borghesia newyorkese, dove fa la sua apparizione, in uno smoking a nolo, il coetaneo “povero” e socialista Tom. È l’innesco di una coreografia in cui debuttanti, differenze di classe e vacillanti codici d’onore volteggiano sulle note di dialoghi svagati i cui principali temi sono virtù, tradizione e fascino della borghesia. Sono i dialoghi, d’altronde, la spina dorsale del cinema di Stillman: in un misto di nonsense alla Wilde e arguzie alla Allen, danno forma alla narrazione, all’architettura delle scene e ai personaggi, cui conferiscono due tratti apparentemente inconciliabili: affettazione e goffaggine. Dalla loro interazione scaturisce quel “tono” che pervade tutti i film del regista.

E tuttavia, per quanto ci si possa deliziare di una scrittura capace, partendo da un colletto di camicia, di innalzarsi ai massimi sistemi, il messaggio ultimo del film non va cercato tanto nel senso delle battute, quanto nell’atto stesso del dire, che qui si fa attitudine profonda, postura verso il mondo. Come nei romanzi di Jane Austen, più volte citati in Metropolitan (e che hanno ispirato a Stillman il suo ultimo film, Amore e inganni), la catena di «scene di conversazione» che costituisce la trama finisce per sancire, tra i personaggi, un’alleanza; unendo voci e prospettive, da gruppo casuale si trasformano –  almeno finché dura la conversazione – in qualcosa di più: una società in miniatura. Oltre, il silenzio.

Sara Groisman