News  ·  09 | 08 | 2020

Surrealpolitik

Sotterrato dalla dittatura argentina, riscoperto a inizio 2000, il primo lungometraggio di Hugo Santiago torna a Locarno per Un viaggio nella storia del Festival

Invasíon è un’apparizione. Film sparito nei bui meandri della dittatura militare argentina dopo essere stato presentato alla prima Quinzaine des Réalisateurs di Cannes, nel 1969, ha rivisto la luce negli anni 2000, meritandosi immediatamente un restauro. Invasión è un’apparizione perché illumina con la luce di quel cinema che accende, che inizia qualcosa, anche se magari fai fatica a capire cosa sia. Invasión è un primo film; il primo film di Hugo Santiago, che esordisce così nell’universo del lungometraggio, e un primo film per Jorge Luis Borges, che ne firmò la sceneggiatura. “È un film diverso da qualsiasi altro - disse - e potrebbe essere il primo esempio di un nuovo genere fantasy”.
Invasión è la storia di una città assediata, una città con i tratti di Buenos Aires, ma l’identità indefinita. Non importa che città sia, non importa chi siano gli invasori. Quel che conta è resistergli. A questo sono chiamati eroi impassibili che per resistere, alla fin fine, non possono nemmeno permettersi di esserlo, eroi. Film allegorico, e non a caso imboscato dalla dittatura, Invasión è un film politico, di una rivoluzione esteticamente elegante, quasi impeccabile. Uomini eleganti che davanti alla macchina da presa conducono esistenze decise e impassibili, come i loro tratti e i loro sguardi. Quella diretta da Santiago è un’interpretazione corale rilassata, quasi non stesse succedendo nulla di che da meritarsi suspense e sorpresa. Eccolo il film fantasy, più negli uomini che nei fatti, nella loro reazione che nell’azione, guidati da una regia affascinante che per seguire quegli sguardi dritti e vuoti allo stesso tempo mette spesso lo spettatore spalle al film, con la voglia di voltarsi per capire dove stiano andando e prima ancora cosa stiano guardando, o chi. Fissi e diretti come la camera-car che non t’aspetti. E mancano ancora i movimenti di macchina tra valzer e orologeria svizzera, le inquadrature che non t’aspetti, i titoli di testa che nulla devono chiedere a Saul Bass o Kyle Cooper e disegnano immediatamente il rapporto geometrico e viscerale tra uomo e città, il dominio degli spazi sullo spettatore, la colonna sonora che non accompagna, ma è. E poi il nero, molto più forte, potente e resistente di quello a cui la dittatura aveva costretto un film gigante.

Alessandro De Bon