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Un capolavoro nascosto sotto il tappeto

Un capolavoro nascosto sotto il tappeto

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Lo zio di Brooklyn fu distribuito paradossalmente dalla Filmauro – la casamadre dei 'cinepanettoni' - fiduciosa in un successo al botteghino che non ci sarà ed e' stato invece uno dei più paradossali qui pro quo del cinema italiano.

Aurelio De Laurentiis, che raramente ha sbagliato le sue previsioni, pensava di aver scoperto due nuovi registi comici, in realta' aveva portato nelle sale un film che e' la radiografia di un paese che aveva perso, senza speranze, il senso, l'identità e il suo futuro. Corpi guasti, gonfi o prosciugati, segnati dalle informità o dalla vecchiaia, spesso nudi come vermi privati perfino della sessualità, che si offrono con accidia o ostilità allo sguardo frontale, scientifico, della macchina da presa.

Sullo sfondo, le squallide rovine di una Sicilia desertificata e solo apparentemente apocalittica, che riassume nel suo degrado quello dell'Italia intera: nel 1995, un anno dopo avere concluso la serie per RAITRE di Cinico Tv, Daniele Ciprì e Franco Maresco arrivano nelle sale cinematografiche con un lungometraggio dove ritroviamo lo stesso universo atroce e le stesse presenze subumane dei loro frammenti televisivi. Come lo era stato Cinico Tv nei palinsesti televisivi, così nell'asfittico cinema italiano degli anni '90, malato di 'carineria' e formattazione linguistica,

Lo zio di Brooklyn costituì al tempo stesso un cortocircuito e uno specchio non troppo deformante del presente (e futuro) italiano. Intorno ad un nucleo narrativo pretestuale (due nani mafiosi affidano alla disperata famiglia Gemelli la custodia di un vecchio e silenzioso “zio di Brooklyn”, nemico della banda di don Masino), Ciprì e Maresco inanellano una serie di fulminanti e terribili quadri (nel bianco e nero calcificato di Luca Bigazzi), di grande impatto grafico, dove mostrano un'umanità (solo maschile) definitivamente e irreversibilmente abbruttita, che tenta ossessivamente di soddisfare i bisogni primari, con echi derisori da sacra rappresentazione e allusioni al cinema di René Clair, Buñuel e Pasolini.

Pochi capirono all'epoca la 'forza biblica' di quell'apologo, di quella lingua nuova, di quegli sketch che avevano sostituito il cinismo della commedia all'italiana con uno sguardo distante e disperato. Il cinema di Cipri' e Maresco resto' nella riserva dei cinephiles. Certamente restera', al contrario della maggior parte del cinema italiano di quel decennio come uno dei pochi punti sorprendenti di un cinema che dava labili segni di vitalita'.

Il suo ritorno oggi a Locarno e poi in dvd e' un buon segnale, chissa' che in Italia sia passata l'epoca nella quale le cose vive e quindi fastidiose si nascondevano sotto il tappeto?

Roberto Chiesi. Gian Luca Farinelli
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