News del Locarno Festival
 

A tutto Ganz!

A tutto Ganz!

Condividi:

E chi se lo scorda, con ali alle spalle e faccia malinconica, mentre sosta sul cornicione in bianco-nero del wendersiano Der Himmel über Berlin? Oppure quando, sotto la regia di Eric Rohmer,  trasmigra in epoca neoclassica per diventare il giovane ed elegante conte che “salva” una marchesa rimasta precocemente vedova (La Marquise d'O...)?

O ancora – e siamo in anni più recenti – quando trova rifugio quotidiano nella calle veneziana di Pane e tulipani e lì si trasforma in un affabile e un po’ antiquato cameriere straniero, pronto a sfoggiare un italiano dal sapore letterario?

E questo solo per sfilare rapidamente alcune delle tante cartoline da cinema d’autore europeo in cui, gira e rigira, al centro trovi sempre lui. Bruno Ganz, uno dei tre Pardi alla carriera di Locarno 64°, mattatore versatile, uno di quelli che nel proprio guardaroba attoriale è riuscito ad appendere le grucce di un’infinità di ruoli molto diversi gli uni dagli altri. Anzi, talvolta diametralmente opposti, da un capo all’altro del bene e del male, senza passare per le scorciatoie dello stereotipo.

Come testimonia la facilità con cui è passato dal cortocircuito empatico di una “vittima” (il corniciaio professionista di Der Amerikanische Freund di Wim Wenders o l’agente immobiliare alle prese con il conte Dracula in Nosferatu: Phantom der Nacht, remake d’autore firmato Werner Herzog) al ruolo malvagio per eccellenza, quello di Hitler, vestito con gelida maestria in Der Untergang di Olivier Hirschbiegel, cronaca degli ultimi giorni di vita del dittatore nel bunker sotto la cancelleria di Berlino.

Ma ancora una volta possiamo altro che dare degli assaggi perché questi accenni non bastano per mostrare l’ampiezza del suo spettro interpretativo. Del resto, papà svizzero e madre italiana, Bruno Ganz ha iniziato a calcare le scene teatrali già nel 1961, profilandosi fin da subito come una delle presenze più solide e talentuose della scena in lingua tedesca. Eppure non fa quasi in tempo a garantirsi quello spicchio consistente di visibilità tra i sipari del milieu intellettuale germanofono, che subito scende dal palco e salta con forza sui set cinematografici che fanno ampia richiesta delle sue doti istrioniche.

Dopo esser passato sotto la direzione del suo miglior amico, Peter Stein, in  Sommergeste, è l’attrice francese Jeanne Moreau, scivolata per l’occasione dietro la macchina da presa, a inserirlo in un cast che vede anche la presenza di Lucia Bosé e Keith Carradine (Lumière, 1975). Da lì, in poi, è una lunga carrellata di grandi autori che, oltre ai già citati Wenders ed Herzog, passa dai sodalizi con registi come Theo Angelopoulos (Eternity and a Day 1988, The Dust of Time 2008) per allungarsi nei vari approdi americani che nel tempo hanno contrassegnato il suo percorso artistico: in The Boys from Brazil (1978) è lì a spartire le scene con star del calibro di Gregory Peck, James Mason e Laurence Olivier e poi, dopo un balzo di anni, eccolo al fianco di Meryl Streep in The Manchurian Candidate (2004) di Jonathan Demme, su su fino all’occhio di Francis Ford Coppola che lo vuole al centro del suo Youth Without Youth (2007).
   
Tutto questo senza mai dimenticare lo sguardo sul mondo tedesco, soprattutto quando si spinge ad affrontare le rughe più ruvide e spinose della sua storia più recente. Le recenti testimonianze sono lì a indicarci la via: da Der Baader Meinhof Komplex (2008) a The Reader (2009), a volte con un ruolo da protagonista, a volte con uno di contorno, altre con un semplice cameo, ma ogni volta portando con sé e su di sé quel timbro d’attore che non gli fa mai mancare il primo piano.

Lorenzo Buccella

Follow us