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Sull’ultima curva di un addio

Sull’ultima curva di un addio

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Un video-diario che diventa l’elegia intima di un congedo. Una ripresa ravvicinata dell’ultima curva di vita di una madre adottiva, un’anziana donna arrivata al 95esimo anno di età. Si coniuga così, come un vero e proprio addio fatto di immagini e confessioni, il film-ritratto Chiri di una delle più sorprendenti e sperimentali registe giapponesi degli ultimi anni, Naomi Kawase, a cui il Festival del film Locarno dedica una retrospettiva nella nuova sezione Histoire(s) du cinéma. D’altra parte, Chiri non è che un ultimo tassello che collega e completa una filmografia da sempre innervata su una delicata matrice autobiografica.

Dal vuoto che ha provato la stessa Kawase, nascendo nell’assenza dei genitori, al pieno garantito dalla zia della madre, che non aveva avuto figli e che l’ha accudita fin dai primi giorni, quando aveva già 65 anni. L’attesa dell’imminente morte di questa “nonna” diventa così lo spazio filmico per scortare il liminare di una vecchiaia, fatta di minutaglie estetiche e di tutto quell’arco commosso di minuti in cui si può passare ancora del tempo insieme.

Residuo di una quotidianità ormai senza futuro, ma controbilanciato dal sigillo di un passato che non farà scolorire il ricordo. La forza della testimonianza si mischia a uno spirito contemplativo domestico, attraverso temi e stili che d’altra parte hanno segnato tutta la produzione della Kawase. Fin dal film d’esordio, Moe no suzaku (Caméra d’or al Festival di Cannes nel 1997) passando in un’alternanza tra opere di finzione e documentari a lavori come Mogari no mori (The Mourning Forest) che sempre a Cannes ottenne il Gran premio della giuria nel 2009. Senza contare le importanti finestre ricevute proprio qui a Locarno: Tarachime (2006) e i due progetti del 2009 Koma e Kataku no hito.

Lorenzo Buccella
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