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Lo sguardo magnetico di Charlotte Rampling

Lo sguardo magnetico di Charlotte Rampling

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© Xavier Lambours/ Signatures

Lo sguardo magnetico di Charlotte Rampling

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© Courtesy of I, Anna 2012. Photographer Kerry Brown.
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Forse bisogna partire proprio da lì. Da quello sguardo magnetico che è entrato nel profondo dell’immaginario cinematografico al pari di poche altre come la Dietrich o la Garbo. Su Charlotte Rampling aveva avuto ragione un grande saggio del cinema come Luchino Visconti. Siamo all’epoca della Caduta degli dei.

La giovanissima Rampling ha il ruolo di Elisabeth Thallman con una evidente disparità anagrafica, ma lui la tranquillizza: quello che conta è quello che sta dietro gli occhi e dietro i tuoi occhi c’è nascosta qualsiasi età. E forse sta davvero lì il segreto di una dote camaleontica come quella che ha scortato l’attrice britannica nelle sue varie stagioni cinematografiche.

Fedele a se stessa e al suo occhio conturbante, ma sempre disposta a sparigliare le carte, fin dalla sua prima entrata in scena. Il suo esordio infatti è già la storia di un manifesto generazionale. È il 1965 e il film  The Knack ...and How to Get It di Richard Lester, vince la Palma d’oro a Cannes. È la ragazza fatale e disinibita che dà corpo e sensualità alla Swinging London o, come vien detto, la più fotografata d’Inghilterra.

Una bellezza, la sua, che riesce a mantenersi negli spazi chiaroscurali dell’ambiguità, lungo una linea di tangenza dove si incontrano erotismo e freddezza, spigolosità ed eleganza. Ne dà subito prova, anche quando si trasferisce in Italia dove finisce alla corte di Luchino Visconti. Ed è sempre in Italia che nel 1974, Liliana Cavani le propone una scommessa che sembra andare al di là di una siepe più che spinosa.

È possibile mantenere la stessa carica erotica nel luogo più crudele e brutale del secolo scorso? Grazie alla performance di Charlotte Rampling Il portiere di notte diventa un caposaldo - scandaloso all’epoca - della storia del cinema. Lei, nel ruolo di Lucia, scampa allo sterminio nazista, attraverso un rapporto sado-masochista con il suo carceriere nazista dentro il campo di concentramento.

Ed è proprio sulla scia di questo rapporto vittima-carnefice che nasce e cresce il piedistallo del mito, corroborando lo statuto di una Rampling sex-symbol a tinte noir. La sua silhouette  a seno nudo e bretelle, guanti e cappello da ufficiale delle SS, mentre cinguetta la canzone di una Dietrich perturbante, diventa emblema e matrice per i suoi personaggi a venire.

Spesso giocati sul crinale androgino di una compostezza curata ma mai rassicurante. Sia che reciti accanto a Fred Astaire e Philippe Noiret in Un taxi mauve, sia che finisca sotto lo sguardo di Woody Allen in Stardust Memories (1980) o sia che partecipi con James Mason e Paul Newman in The Verdict (1982). Tanto più che il 1986 è l’anno di un’altra scelta spiazzante della Rampling.

Quella di Max, mon amour di Nagisa Oshima dove lei vive in prima persona la parabola grottesca di un innamoramento verso uno scimpanzé. E ancora una volta, è lei la prima a confermare se stessa in una vocazione in grado di schivare le scorciatoie di ruoli facili, da copertina glamour, preferendo indirizzarsi verso registi effervescenti e atipici. Ed è impossibile passare al setaccio in un solo articolo la versatile galleria di ritratti femminili da lei interpretati, anche perché la Rampling continua a essere la musa prediletta della nuova generazione di autori francesi.

Da François Ozon a Laurent Cantet, o per parlare in flash filmici, dall’agiata donna che rimuove la scomparsa del marito (Sous le sable) alla scrittrice turbata di Swimming Pool, passando per la vacanziera da turismo sessuale (Vers le sud). Una donna enigma il cui fascino sfida il tempo perché lei stessa sa usare il tempo per renderlo parte del racconto.

Lorenzo Buccella
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