News del Locarno Festival
 

Renato Pozzetto

Renato Pozzetto

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Come è iniziata l’avventura nel mondo dello spettacolo di Renato Pozzetto?
È iniziata col cabaret. Io e Cochi Ponzi eravamo amici e, fin da ragazzi, ci piaceva suonare la chitarra e improvvisare strani monologhi. Lo facevamo per divertire i nostri compagni e abbiamo continuato a farlo nelle osterie milanesi dove passavano tutti i grandi artisti. Alla fine qualcuno ci ha detto che eravamo bravi e all’improvviso ci siamo trovati su un palcoscenico. Fu un trionfo.

Possiamo definire la tua commedia surreale?
Sai, noi in quegli anni facevamo cose che gli altri comici non facevano. Era qualcosa che mi veniva da dentro, senza un vero e proprio obiettivo. Erano cose che all’apparenza non avevano senso, tipo La gallina non è un animale intelligente, ma che in realtà nascondevano verità diverse per ogni spettatore. E il pubblico ci ha ripagati col successo…

Il cinema nella tua vita arriva con Per Amare Ofelia di Flavio Mogherini, che fu subito un successo. Ti aspettavi un così grande consenso?
Quello era un film in cui ho creduto molto e che ho voluto fare anche mentre registravo uno spettacolo per la tv senza riposare mai. Quando uscì il pubblico era già lì che mi aspettava, perché la televisione aveva reso le mie espressioni di uso comune.
La soddisfazione è che quel pubblico mi ha seguito poi per tantissimi anni…

Tu hai attraversato il cinema italiano alternando i grandi autori ai film popolari campioni di incassi. Non ti ha mai creato problemi passare da una dimensione all’altra?
Ho sempre fatto film per il mio pubblico, ricercando sempre il progetto che mi permettesse di esprimere la mia arte e la mia professione. Pensa che una pellicola leggera come Il ragazzo di campagna, ogni volta che passa in televisione batte gli ascolti di qualsiasi filmone americano da oltre vent’anni. Sono stato fortunato poi di aver incontrato sulla mia strada Maestri dello spessore di, tra gli altri, Dino Risi, Pasquale Festa Campanile, Mauro Bolognini, Steno e Alberto Lattuada, che mi hanno capito, valorizzato e permesso persino di vincere il David di Donatello.

Come mai a un certo punto hai deciso di passare dietro la macchina da presa?
Perché ci sono storie e emozioni che solo io potevo raccontare di me stesso. È stato così per Saxofone ed è stato così anche per Un amore su misura, una pellicola intelligente ma sfortunata a cui tengo molto, basata su un bellissimo libro
dello psicanalista Vittorino Andreoli, e che per fortuna il Festival del film Locarno ha riscoperto. Grazie.

Manlio Gomarasca
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