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Finestre con vista famiglia

Finestre con vista famiglia

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Il ticchettio di un ritorno a casa che scompagina il tempo. Con tutta quella malinconia trattenuta che avvolge le conversazioni con i parenti e le allunga al punto in cui passato e presente sembrano diventare i due profili di un unico volto. Quello di Fang Song che in Ji yi wang zhe wo (Memories Look at Me) è attrice, regista, sceneggiatrice e montatrice.

Artefice ad ampio spettro, quindi, per una pellicola “personale” che fa della discrezione il suo motore esplorativo. Anche perché il gancio iniziale è già un prendere tutto l’arco del film. In viaggio da Pechino, Fang ritorna nella casa paterna per andare a trovare i due anziani genitori. A parole, nessuna motivazione particolare, solo un laconico stare insieme per riprendere un contatto ravvicinato e, poco dopo, lasciare che gli spifferi dei ricordi rimandino indietro nel tempo.

Così, mentre i gesti rimangono bloccati tra cucine, letti e le cure estetiche che con pazienza Fang impartisce ai suoi interlocutori, la visita da madre e padre si fa ragnatela prolungata per altri incontri con dei parenti, alcuni noti, altri meno. La famiglia del fratello maggiore, la cognata che non nasconde la volontà di farle conoscere un ragazzo, lo scambio di un dono e il racconto sommesso di lutti e malattie: tutte finestre familiari a inquadratura fissa che si avvitano in lunghi dialoghi, cuciti nella ritmica di un tempo che sembra sospendere gli eventi.

Come se la vita vera finisse tra parentesi, sommersa dai racconti di quello che c’è stato prima e che ora sembra irrimediabilmente sul confine di un oblio sempre più prossimo. La consapevolezza delle perdite e le inibizioni verso il futuro diventano così le lancette nostalgiche di una vita in sosta, come quella della protagonista del film.

Lorenzo Buccella

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