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I giovani critici italiani e i vuoti nella distribuzione

I giovani critici italiani e i vuoti nella distribuzione

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Quando la critica cinematografica svolge un ruolo per raccontare autori e film che faticano a trovare distribuzione in Italia.

È quanto ha fatto una pattuglia di giovani critici italiani in un libro fresco di stampa dal titolo Il film in cui nuoto è una febbre. Registi fuori dagli schermi (CaratteriMobili edizioni) presentato in questi giorni nello Spazio Magnolia del Festival del film di Locarno.

Nato dall’esperienza di uzak.it, rivista online di cultura cinematografica, il volume, a cura Luigi Abiusi, raggruppa i profili di dieci registi del panorama cinematografico contemporaneo, tanto celebrati nei festival quanto, spesso, misconosciuti e rimasti fuori dal mercato italiano.

Da Lisandro Alonso a Yorgos Lanthimos, passando anche per il Presidente della Giuria di Locarno65 , Apichatpong Weerasethakul. Un’occasione per conoscere, approfonditamente e in un disegno di diversificazione geografica e stilistica, il cinema di alcune delle miglior firme in circolazione.

Ogni critico, presente nel volume, ha scritto un saggio su uno di questi registi.
Qui sotto, vi offriamo tre antipasti, redatti per noi dagli stessi autori del libro.

 

Sara Sagrati > Kelly Reichardt

In un mercato distributivo dominato dalla produzione americana, anche il cinema Made in Usa non arriva in Italia. Sono gli ossimori di scelte che prediligono i grandi blockbuster e che nel tempo hanno dimenticato gli autori indipendenti, a volte anche già noti a livello internazionale, capaci di costruire visioni alternative alla "consueta" messa in scena occidentale dell'occidente.

Gus Van Sant, Todd Solondz, Todd Haynes, David Gordon Green tanto per fare alcuni nomi, e anche Kelly Reichardt. Quest'ultima mai distribuita in Italia, nonostante gli onori attribuitele al Sundance, a Venezia, a Rotterdam, a New York.

Quattro film, un medio e due cortometraggi, una cattedra al Bard College e tanta voglia di rimanere indipendente per raccontare storie minimaliste ma universali.

Da Old Joy a Meek's Cutoff, passando per Wendy and Lucy, l'Italia ha perso l'occasione di conoscerla al momento giusto. Ora non ci resta che recuperarla.

 

Simone Emiliani > Olivier Assayas

Non distribuito più in Italia da Clean del 2004, il cinema di Assayas rappresenta forse uno dei caso più curiosi tra un cineasta e la distribuzione italiana.

Dagli esordi di Désordre e il successivo il bambino d'inverno (dove una parte è stata girata anche a Spoleto) sembrava uno dei giovani registi francesi che potevano varcare stabilmente la frontiera.

Durante un incontro in cui è stato ospite ad Arezzo per una rassegna organizzata da Sentieri Selvaggi in cui si proiettava L'eau froide (il suo film più amato che però, curiosamente, non ha trovato la via della sala) ha proprio parlato di questo suo rapporto con l'Italia, da critico oltre che da regista (Vincere di Bellocchio è per lui uno dei massimi risultati raggiunti dal nostro cinema degli ultimi anni) proprio mentre stava preparando la post-produzione di Cannes.

E anche di come gli sarebbe piaciuto tornare a girare nel nostro paese (con Après Mai l'ha fatto) e si interrogava poi sul fatto che i suoi ultimi film non si vedevano più, facendo anche riferimento ad Asia Argento, una delle attrici più magnetiche con cui ha lavorato.

 

Bruno Sangiorgi > Bruno Dumont

L'Italia ha interrotto il suo rapporto con Bruno Dumont dopo Twenty Nine Palms, opera radicale, intransigente, dedita al disorientamento dello spettatore, alla disattesa continua delle sue aspettative.

E perciò fischiata, persino derisa alla presentazione alla mostra di Venezia, infine respinta, con argomentazioni superficiali, da gran parte della critica. Eppure anche le opere successive di Dumont testimoniano l'evoluzione di un percorso unico, la ricerca di un cinema che sottrae ogni istanza intellettuale per giungere al cuore primordiale, fisico, brutale delle cose, sino a proporre un racconto scarno e sensoriale, completamente aperto allo spettatore, in un rapporto che potremmo chiamare mistico per come cerca di investire i sensi e trasportare (parola dell'autore) in una dimensione differente, antiintellettuale, regressiva.

Il saggio che Alessandro Baratti e io abbiamo dedicato a Bruno Dumont vuole essere l'omaggio a - e in quanto critici non può essere dunque uno studio su - un autore distante dal cinema come intrattenimento, invito a una semplice riflessione sociale, sdegno a comando o a pagamento intellettivo a breve termine, ma interessato all'esperienza dell'individuo di fronte allo schermo, allo scardinamento delle sue attese, al risveglio degli automatismi dello sguardo e dunque del pensiero, un cinema cercare luoghi inediti dello spirito.

È un'idea ambiziosa, un'utopia, ma sono sfide come quella di Dumont a rendere il cinema un'arte ancora vitale.

 

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