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Blog del Direttore artistico
Du Zhan (Drug War) di Johnnie To

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Du Zhan (Drug War) di Johnnie To

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Johnnie To – omaggiato quest’anno a Locarno – ritorna in concorso al festival di Roma con un film in cui narrazione e adrenalina si alimentano l’un l’altro.

Johnnie To è un cineasta dello spazio. Un cartografo più che un viaggiatore. Di qui deriva il suo ineludibile classicismo: le sue inquadrature non coltivano alcuna attenzione per la durata. Durano il tempo necessario a informare su ciò che contengono. Anzi, molto spesso durano meno; così facendo sfiorano l’idea di una coreografia, dove il gusto estetico si sostituisce alla precisione analitica. (Qui forse si innesta la sua personalissima capacità di saltare a pie’ pari la modernità e, pur restando nell’universo di Hawks e Walsh, di strizzare l’occhio a Tarantino). Il suo far cinema tende a coltivare l’illusione della simultaneità: le distanze – quelle fisiche come quelle morali – si annullano. Per questo i suoi eroi e antagonisti riescono così bene a scambiarsi ruoli e posizioni: e non perché bene e male siano equivalenti ma perché un personaggio non è mai il rappresentante di un’etica allo stesso modo in cui il film non aderisce mai a una sola prospettiva.

Questa concezione della realtà può apparire disturbante, se letta attraverso il filtro del cinema moderno – quello che associa l’idea di autore a una soggettività precipitata in un racconto.  Anche se talvolta si ritrovano stilemi del noir europeo, i film di Johnnie To stanno da un’altra parte: sostituiscono la volontà al desiderio. La decisione di inquadrare un volto – e dunque uno sguardo – non conduce a uno scavo nella psiche del personaggio, è funzionale invece a definire delle linee di tensione che rendono lo spazio dinamico e preludono ai movimenti. O, più spesso, si sostituiscono a essi. Avendo a che fare con pistole e l’ipercinetica del proiettile, a volte non è neppure necessario mostrare il muoversi di un personaggio. Allo sguardo (intenzione) corrisponde in modo istantaneo la decisione (l’azione).

Tra i film più recenti realizzati dal prolifico regista-produttore Duzhan è uno dei più riusciti e paradigmatici. Il punto di partenza è di forte attualità: i traffici illegali di stupefacenti in Estremo Oriente e la conseguente lotta senza quartiere tra polizia e gang organizzate. Presentato come il primo film cinese che parla del commercio di droga,Duzhan comporta numerose problematiche, non ultima quella relativa a una visione “positiva” delle forze dell’ordine. Da questo punto di vista il lavoro condotto da Wai Ka Fai (sceneggiatore e sodale da lunga data di To) è esemplare: pur non tradendo la visione di un mondo dove gli scambi di posizione sono all’ordine del giorno – anzi fondando il racconto su quest’idea – il film è attentissimo a non solleticare quelle zone sensibili al governo (il poliziotto che pratica violenza sul gangster o che si abbandona a comportamenti illegali…). La sfida e l’ambizione del progetto consiste nel combinare la concezione dei gangster-film honkonghesi con le necessità imposte dalla censura cinese. Forse l’unica concessione a un diktat di stato si ritrova nell’epilogo, che sancisce la punizione al gangster – anche se qui la messa in scena carica di un’ambiguità terribile tale istanza normativa (viene in mente Beyond any reasonable doubt di Lang).

La prima – memorabile – sequenza suggerisce già il progetto del raccontoSiamo nel pieno di un’azione di polizia con numerosi agenti coinvolti ma perfettamente camuffati. La realtà non è quella che sembra e il suo svelamento sarà tanto repentino da non dare modo allo spettatore di presagirlo. Come sempre in To, l’azione precede la comprensione. L’infiltrato è la figura attorno a cui ruota il racconto: poliziotto e gangster saranno di volta in volta occupati a recitare opposti ruoli, scompaginando quel pensiero che vorrebbe dividere con assoluta precisione ordine e disordine. Questa struttura rispecchia anche il gusto del regista per soluzioni che solo in apparenza appaiono simmetriche. Johnnie To ama infatti inserire un terzo elemento nella figura primaria del duello e da lì spesso procede per moltiplicazione  – come bene si nota nella grandiosa scena finale.

Allo stesso modo la struttura narrativa del film trova interessanti figure secondarie capaci di rivitalizzare il racconto principale strutturato sull’agire sempre indecifrabile dell’infiltrato. Qui To dà il meglio di sé come costruttore di personaggi: è il caso della banda dei sordi, dove riesce a tradurre un elemento di sceneggiatura in una riuscita caratterizzazione di personaggi che hanno un che di shakepseriano per come associano tragedia e commedia. D’altra parte si sa che l’universo di Johnnie To è un mondo dove le parole sono sempre di troppo!

Carlo Chatrian
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