News del Locarno Festival
 

Blog del Direttore artistico
Angel Face

Jean Simmons in Angel Face di Otto Preminger, 1953

Condividi:

La storia produttiva di Angel Face è così singolare che merita di essere raccontata. All’origine c’è Howard Hughes e la sua volontà di spremere fino in fondo Jean Simmons con la quale aveva avuto un litigio e il cui contratto sarebbe presto scaduto. Si racconta che, conoscendo la passione del magnate e proprietario della RKO per le folte chiome, l’attrice si era tagliata i capelli fino alla radice. Dopo aver comprato una sceneggiatura, tratta liberamente da un fatto di cronaca al cui centro vedeva una ragazza diabolica, Hughes aveva chiesto a Zanuck (all’epoca a suo libro paga) di reperire un regista capace di mettere in piedi un film in 18 giorni – il periodo che Jean Simmons doveva a Hughes. Sapendolo libero da impegni con la Fox e vantando una lunga amicizia, Zanuck pensò subito a Otto Preminger.

La risposta del regista, dopo aver letto lo script, fu:

“Howard, I hate your story; please don’t make me do this film”.

“Howard” era un uomo molto persuasivo e trovò i giusti argomenti per convincere Preminger a realizzare Angel Face. Abituato a preparare meticolosamente i suoi film, a (far) riscrivere le sceneggiature e a precedere le riprese con lunghe sessioni di prove, Preminger finì per utilizzare un metodo inedito e mai più riproposto: secondo le sue parole, il film fu scritto (insieme a due sceneggiatori) ogni notte per essere girato il giorno successivo. Ciò non toglie che la drammaturgia e i temi dell’opera siano in piena linea con la sua poetica. Anche in una storia dove il lato oscuro del mistero è saldamente identificabile in un personaggio, Preminger riesce a sfumare i toni, a raddoppiare i punti di vista, a muovere macchina da presa e sguardo all’interno di una pluralità di posizioni. In questo, gli attori scritturati da Howard Hughes costituiscono un valore aggiunto. Jean Simmons e Robert Mitchum (che recitò altre due volte con il regista) giocarono con le evidenze dei loro fisici (roccioso il primo, fragile come di porcellana la seconda) per esaltare gli opposti ruoli (lei deus ex-machina, lui indeciso e ammaliato), Herbert Marshall e Barbara O’ Neil – nei panni dei coniugi Tremayne – fungono da efficaci contrappunti.

Da racconto di un mefistotelico piano Angel Face diventa la storia di una coppia impossibile, all’interno di un altrettanto impossibile rapporto padre-figlia (che allude e prepara alla relazione descritta in Bonjour Tristesse). Come in altri film anche qui le implicazioni psicanalitiche sono evidenti e danno al noir quella dimensione moderna che contrasta con la sua struttura drammaturgica più canonica. Come in Fallen Angel,Whirlpool Bunny Lake, anche qui la messa in scena ruota attorno ad un (doppio) desiderio fallito: la volontà di riunirsi con il padre e quella di trovarne un sostituto. Preminger è un regista dell’unione mancata: a differenza di suoi colleghi la sua messa in scena non è finalizzata a conciliare posizioni opposte, tende invece a creare un vuoto attorno ai personaggi, epitome di un disagio capace di oltrepassare la dimensione narrativa. Anche quando il racconto descrive un possibile idillio, qualcosa nella costruzione dello spazio filmico sottolinea la provvisorietà della situazione. Questo anche perché nella sua visione uomini e donne occupano spazi paritari e dunque ogni tentativo di appropriazione dell’altro risulta destinato all’insuccesso. Anche quando come qui la distribuzione dei ruoli evidenzia chi muove le fila e chi si adegua, c’è sempre un sussulto di indipendenza che vanifica lo sforzo. Come Laura – modello di tutte le donne di Preminger, voce fuoricampo che si fa carico della storia della propria morte – Diana Tremayne è al contempo colpevole e vittima di se stessa, delle sue pulsioni e delle sue azioni. Femme fatale gioca a ingannare il prossimo finendo per essere preda del proprio agire.

Nella sua autobiografia, Preminger racconta che Hughes per raccontargli il progetto lo fece salire in una rumorosissima Chevrolet. Come un imprinting anche il film appare punteggiato dai rumori delle automobili, dalla sirena dell’ambulanza – nella bellissima sequenza notturna iniziale – a quella della spider guidata da Diane. Più di un elemento scenico, la macchina funge da personaggio supplementare. Rovesciando un assunto acquisito, da strumento di seduzione nelle mani del maschio diventa lo specchio attraverso cui Diane abbaglia e attira Frank. E’ lei a portare il suo uomo per lasciarsi baciare, è lei a sporcarsi le mani con i suoi meccanismi per far diventare il veicolo di trasporto uno strumento di morte… Se il volto d’angelo richiama la fanciulla che sta nascosta in ogni donna, la macchina ricorda il complesso sistema di ingranaggi che una superficie perfettamente levigata a volte può camuffare.

Carlo Chatrian
Link utili

Follow us