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La gabbia del destino

La gabbia del destino

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Un luogo fisico quanto simbolico: l’oscura e polverosa Sezione Q, reparto periferico della polizia che si occupa dei casi abbandonati a un passo dall’archiviazione. Là dove possono venir parcheggiati in punizione agenti che tuttavia da quella linea d’ombra della legge si rimettono a rovistare nei cuori più lividi del paese, infilandosi in un sottobosco psicopatico di prevaricazioni e omertà che rimane sotto i distintivi impeccabili della polizia danese.

Dopo il grande occhio di bue delle attenzioni mondiali scatenato dalla famosa trilogia Millennium di Stieg Larsson e dalle sue varianti cinematografiche, ora tocca a un altro autore di punta del crime scandinavo come Jussi Adler-Olsen trovare l’atteso trasbordo sul grande schermo. Basato infatti sul primo romanzo della saga dedicata alla Sezione Q (in italiano uscito col titolo La donna in gabbia, per i tipi di Marsilio), grazie al lavoro registico di Mikkel Nørgaard ora The Keeper of Lost Causes si è incarnato in thriller visivo che fa della concitazione adrenalinica il suo principale vettore di suspence.

Immerso in un mondo di luci cianotiche che filtrano da un buio duro da digerire e frammentato da una costruzione narrativa che fa affiorare dal passato i suoi semi di inquietudine, il film diventa la discesa in un incubo che dalle semplici ipotesi iniziali, indizio dopo indizio, trova la sua più drammatica conferma. A interpretare il ruolo del burbero poliziotto Carl Mørck è l’attore del momento danese, quel Nikolaj Lie Kaas, che qui duetta con Assad, suo assistente d’origine siriana, a formare la più classica strana coppia di agenti.

Caratteri divergenti stile cane-gatto, ma complici e compatti nel momento critico, quando iniziano ad annusare la presenza di un killer dietro la gabbia di mistero in cui era scomparsa, 5 anni prima, una giovane rappresentante del parlamento danese.

Lorenzo Buccella
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