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L’estate è una fiaba malinconica

L’estate è una fiaba malinconica

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Tso-chi Chang è un cineasta delle piccole cose – se con queste s’intendono quei dettagli capaci di rivelare un animo o cogliere l’essenza di una situazione. Shu jia zuo ye si concentra sul giovane Bao, costretto a vivere un’estate insieme al nonno in un villaggio in campagna. I genitori di Bao stanno pensando al divorzio e il nonno è ancora colpito dalla scomparsa della moglie; questi elementi bilanciano la calda luce estiva e danno al soggiorno un tono malinconico che nel finale rivelerà il suo senso.

Shu jia zuo ye racconta il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, quell’abbandono del mondo in cui tutto è ancora fiaba e le storture della vita o non esistono o possono essere facilmente ignorate. A differenza della piccola sorella, Bao coglie nella realtà quelle crepe che fanno soffrire: insieme al nonno troverà il modo per affrontarle e uscirne più robusto, anche se ferito. Sono le figure di contorno a catalizzare la grazia che aleggia sul film: il nonno di Bao e l’amico Mingchuan, così pieno di energia, mettono in evidenza la sensibilità del regista capace di regalare scene tutte giocate su una distanza perfetta tra emozione e controllo.

Il campo da basket sotto la pioggia, la barca sul fiume o le pietre colorate hanno la forza di macchie di colore disposte sulla tela di un racconto dalle tinte soffuse: restano impresse a lungo nella memoria – che è il terreno su cui Chang Tso-chi ha deciso di operare.

Carlo Chatrian

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