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Una foresta da cuore di tenebra

Una foresta da cuore di tenebra

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La grazia della musica d’opera italiana si rispecchia nel vestito bianco di Brian Sweeney Fitzgerald, capace di pagaiare per ore nella notte pur di assistere al suo adorato Caruso. Per lui Iquitos, sperduto villaggio dell’Amazzonia, è il centro del mondo. Vicino a Molly (una Claudia Cardinale il cui ampio sorriso è come un invito a seguirla) progetta di realizzare il più grande teatro di opera lirica in piena foresta e per fare ciò è disposto a comprare una barca e trovare il caucciù dove nessuno ha osato andare. Il sogno di Fitzcarraldo è così grande che pure gli indios lo prendono come un segno divino e condividono con lui la follia di far scavalcare alla nave una collina.

In Fitzcarraldo disgiungere la finzione dall’impresa reale cui Herzog ha costretto la troupe e se stesso è impossibile. Il regista bavarese avrebbe potuto tranquillamente girare buona parte del film in una zona civilizzata, riservando alla foresta poche riprese. Avrebbe potuto avvalersi di un set per la grandiosa scena della nave; ma per essere all’altezza del suo soggetto, per poter davvero raccontare in tutta onestà la storia di un’impresa impossibile bisognava vivere nella foresta tutto il tempo delle riprese, far sì che cast, figuranti indios e équipe tecnica condividessero l’esperienza dell’enorme battello trainato sul dorso di un’ansa del fiume e poi dello stesso gettato tra le rapide. Perché se è vero che ogni film porta inscritta la storia della sua fabbricazione, in nessun film come in Fitzcarraldo tale storia si allarga fino ad entrare direttamente in campo: i volti stanchi, stupiti, sorpresi degli attori come i corpi estenuati dei figuranti testimoniano, una volta di più, che i sogni al cinema non son mai pure immagini, ma sono impastati con il sudore, il coraggio e la follia dei suoi interpreti.

Carlo Chatrian
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