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Ritorno su Venezia 70 #2 – Riflessioni su Sacro Gra di Gianfranco Rosi

Gianfranco Rosi al 67° Festival del film Locarno

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Ho visto Sacro Gra in una solitaria sala milanese, una mattina di tarda primavera. C’era un’aria silenziosa, da matinée domenicale – il che ha dato al film un contrappunto sacrale che bene gli si addice. La proiezione era organizzata ad hoc e, come accade in queste occasioni, sentivo (probabilmente a torto) gli sguardi di regista e produttori su di me più che sullo schermo che per fortuna ci ha messo poco a popolarsi di umanità e prendermi con sé.

All’opposto di El SicarioSacro Gra è un film che non si impone; tende piuttosto ad accompagnarti in un percorso a ogni visione diverso. E’ il film più complesso realizzato da Gianfranco Rosi: sarà per la varietà delle voci e dei suoni che lo compongono, sarà per la sua struttura circolare, sarà perché i personaggi si alternano senza per forza sovrapporsi o richiamarsi secondo schemi prevedibili. Nei precedenti il soggetto determinava lo spazio da filmare e dunque la messa in scena: in Boatman i proprietari di barche sul fiume sacro agli indiani, in Beyond Sea Level la comunità nel deserto americano, in El Sicario un killer recluso in una stanza di motel. Dopo tre film in cui lo spazio di indagine è fortemente singolarizzato, qui si trattava di confrontarsi con una città. O forse con l’idea di un popolo. Partendo dal principio di seguire il raccordo anulare di Roma, il film finiva per coprire un territorio molto ampio ed eterogeneo, in cui campagna e città si mescolano, dove le forme urbanistiche sono spurie così come l’umanità che attraversa o abita questi territori. Affidandosi al suo sguardo e a quelle potremmo chiamare “intuizioni affettive”, Rosi non ha voluto eliminare la dispersione insita nel soggetto ma l’ha accolta: soprattutto non avendo paura di variare la tipologia di inquadrature e il modo di riprese. Il film costruisce così diversi spazi filmici; non tende a seguire la realtà, ma gioca con essa per oltrepassarla.

Se Sacro Gra è un omaggio a un’Italia piena di dignità, che sfugge alla contrapposizione “vittime/eroi” su cui la cronaca si appiattisce e per questo che si fatica a vedere, è proprio in virtù di questa scelta. Rosi ci ricorda che filmare non è un atto innocente, che la realtà nel momento in cui la si cattura la si ricrea. Ci vuole tempo per trovare la giusta soluzione e ci vuole un tempo ancora maggiore per mettere in forma i vari frammenti raccolti. La struttura del film vive di due tempi distinti, separati da una sequenza cruciale, onirica e simbolica, quella che vede la capitale sotto la neve. Nella prima parte lo sguardo si fa orizzontale, dispone alcune tessere e lo spazio che le stesse abitano, gioca sulla varietà e sulla singolarità delle scene; la seconda invece sceglie di seguire in profondità alcuni personaggi, senza farne dei simboli ma dando loro uno spessore diverso. Così è l’aristocratico piemontese che abita in una casa alveare: la sua eloquenza da elemento straniante si fa dato caratterizzante, capace di specchiarsi nella banalità e pochezza del linguaggio quotidiano; così è l’uomo che ascolta le palme e che vede scenari catastrofici all’orizzonte – una sorta di profeta entomologo che parlando del rumore di insetti e di palme consumate dall’interno accenna a qualcosa di ben più ampio…

C’è una nota di fondo che percorre il film e che forse appartiene più all’animo di Rosi che all’umanità incontrata. (O forse è nel mio sguardo…) Parlo di una tonalità “blue” che attraversa vari personaggi e che probabilmente è connaturata all’idea stessa di periferia. Se da un lato il film coraggiosamente fa emergere la possibilità che, pure in un territorio slegato da ogni progettualità, ci sia spazio per la sopravvivenza dell’uomo; dall’altro alcuni personaggi proiettano una luce malinconica sull’intera città che la vena comica o surreale non riesce a far evaporare. L’idea di essere ai confini o sulle rovine di quello un tempo era il centro del mondo vibra costantemente nel fuoricampo. Come ha affermato lo Rosi parlando di cinema (ma la stessa cosa vale per la società che lo produce): “Non credo che la nostra sia una crisi economica, piuttosto una crisi d’identità. Si perdono le radici e la capacità di andare oltre non c’è più. Bisognerebbe avere il coraggio di fare un atto d’amore verso gli altri”. La ricerca del “sacro gra” intrapresa in questo film e coraggiosamente premiata da Bertolucci (che non ha mai smesso di filmare personaggi in conflitto con il loro tempo) con il Leone d’oro suona allora come il primo passo di un percorso che chiama a raccolta cineasti, artisti e uomini della società civile. E’ probabilmente un bel miraggio, ma è proprio al cinema che spetta il compito di fornire una casa a tutte le utopie.

Carlo Chatrian

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