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No Boy’s Land

No Boy’s Land

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Un giovane uomo libero in un'antichissima terra prigioniera. Di due popoli che si odiano e combattono, che cercano di conquistarla con la forza e non con l'amore dell'arabo Eyad. L'amore per il sapere, per la propria terra, per i diversi. Perché sono come lui, sempre alla ricerca di altro, sempre fuori posto nella meschinità di chi giudica in base a confini, fisionomia, credenze.

In una sorta di Noi siamo infinito mediorientale, si accompagna a una meravigliosa e borghese ragazza israeliana, Naomi (l'incantevole Daniel Kitzis), libera e senza pregiudizi, che gli fa provare sensazioni uniche, e a Yonathan, un coetaneo disabile ebreo che gli fa ascoltare per la prima volta i Joy Division.

Dancing Arabs è un romanzo di formazione in cui un bambino che vuole con tutto se stesso essere orgoglioso del padre terrorista-guerriero – in realtà condannato dalla sua protesta politica giovanile, pacifica e giusta, a non poter diventare ciò che la sua intelligenza meritava – diventa un ragazzo geniale che viene ammesso a un'illustre scuola israeliana. Il futuro è nelle sue mani, anche se Eyad non immagina ancora come e soprattutto quanto. Si scoprirà senza identità. Anzi, senza identitarismi. E Tawfeek Barhom, con il suo viso malinconico e determinato, con la sua ingenuità, sa ben raccontare il viaggio nei cliché di chi prima li subisce, poi li capisce, infine li sfrutta, li vince e li ignora. Semplicemente vivendo, capendo che l'unica vera battaglia, lui, deve combatterla per se stesso. Per ciò che gli conviene, per ciò che desidera, per rimanere fedele non a una divinità o a un paese, ma solo a se stesso.

Eran Riklis continua il suo racconto di un Medio Oriente che cerca di uscire dal MedioEvo delle sue faide, prima con un Romeo e Giulietta arabo-israeliano, poi con una dolorosa resurrezione. Due popoli, una terra. Due terre, un popolo. Per Eyad, in Eyad le contraddizioni si uniscono. E la sconfitta di quella stessa terra sta tutta nel fatto che lui per essere se stesso, dovrà rinunciare alle sue radici. Quelle che rischiavano di non farlo volare.

Boris Sollazzo
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