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Montagne di resistenza

Montagne di resistenza

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Difficile ignorare o considerare accessoria la scelta di un titolo, quando questo suona come scolpito nel marmo, quello delle Alpi Apuane dov'è girato il secondo lungometraggio del siculo-canadese Simone Rapisarda Casanova, già a Locarno nel 2011 con El árbol de las fresas. Se una creazione di significato è possibile, qualunque esso sia, il film straubianamente crede ciò possa accadere solo grazie a una rilettura della storia tra le faglie del territorio che le ha fatto da teatro. Come la Linea Gotica evocata nella scena iniziale tagliava la penisola dal Tirreno all'Adriatico, dividendo un paese tra oscuro passato e possibile futuro, così il film seziona la recente storia d'Italia, dalla II Guerra Mondiale al ventennio berlusconiano, dal punto di vista atipico di queste impervie montagne.

Il protagonista Pacifico ha visto, bambino, quella storia passargli davanti agli occhi, poi resistendo a vivere tra valli e pendii è divenuto uno dei tanti “vinti” (come li ha chiamati il partigiano e scrittore piemontese Nuto Revelli) da un progresso passato esclusivamente da città, periferie e fabbriche, e che possiamo dichiarare fallimentare. Settant’anni fa in quei boschi echeggiavano i canti partigiani, oggi la radio di Pacifico rimanda i programmi che cinicamente raccolgono voci e rabbia della “gente”, per fare spettacolo della crisi sociale del paese. Ma dopo lo spopolamento conosciuto nei decenni precedenti, come altre montagne in Italia e in Europa anche quel territorio torna a essere scenario possibile di un cambiamento: la dignità dei rituali rurali ha tenuto quotidianamente in esercizio quella espressa e difesa dalla Resistenza, animali domestici e un orto garantiscono il sostentamento, si affacciano nuovi visitatori e abitanti. Pacifico è meno solo, e non ancora troppo vecchio per assaporare una tarda vendetta sulla storia.

 

Simone Rapisarda Casanova
To make sense of the world that surrounds us we tell stories, even if we know that they are ephemeral as our lives. My film tells a simple story where the viewer is invited to seek out the narrative threads running between past and present and in thus doing so partake in an ephemeral creation of meaning.

Sergio Fant
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