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Hirut la coraggiosa

Hirut la coraggiosa

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Difret: è un titolo dalle molte implicazioni quello scelto da Zeresenay Berhane Mehari per il suo lungometraggio d’esordio. Innanzitutto è, come il film, in amarico, lingua ufficiale dell’Etiopia, a indicare la volontà di sviluppare un cinema radicato nella propria patria – scopo particolarmente rilevante trattandosi della quarta pellicola lì prodotta. In secondo luogo perché è una parola polisemica che sintetizza i due temi del film: significa infatti sia “coraggioso”, sia “vittima di stupro”. E proprio intorno al coraggio di Hirut, ragazza che, com’è uso nelle sue campagne, viene rapita e violentata dall’uomo che vuole sposarla, ruota tutta la trama di un film basato su fatti reali: la giovane, per difendersi, ucciderà il rapitore, rischiando la condanna a morte per omicidio. Grazie a un’avvocatessa che si batte per i diritti delle donne, Hirut sfiderà usanze e leggi per difendere la sua libertà a decidere del proprio destino.
Difret affronta lo scontro tra tradizione e modernità enfatizzando le differenze tra il mondo rurale di Hirut e quello urbano dell’avvocatessa; differenze enfatizzate dalla domanda densa d’implicazioni della ragazza: «Non sei sposata perché sei una persona cattiva?».
Il confronto tra tradizione e influssi modernizzanti, provenienti in parte dall’Occidente, si rispecchia nella struttura del film, che s’ispira ai legal drama d’America (dove il regista si è formato) per sviluppare una trama ancorata – in temi, struttura e tempi – nella realtà etiope. Difficile dunque scegliere un’opera più adatta di questa, prodotta da Angelina Jolie e insignita del premio del pubblico al Sundance, per introdurre la tavola rotonda Democrazia senza frontiere.

Sara Groisman

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