News del Locarno Festival
 

Une Semaine à DOC

Une Semaine à DOC

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Irene Genhart e Simon Spiegel. Dovete ringraziare soprattutto loro se il Kursaal e L'altra Sala si riempiono  – con file lunghissime prima delle proiezioni – per la Semaine de la critique.
Un risultato non scontato, nonostante si ripeta negli anni con puntualità. Perché si è affermato quando ancora il documentario non era divenuto il linguaggio ibrido e completo di questi anni. A Locarno questo succedeva già da tempo, anche grazie alle scelte coraggiose dei due curatori, sempre in bilico tra diverse forme espressive, argomenti potenti, esplorazioni curiose di terre sconosciute. Non di rado, poi, ci si getta dentro storie difficili, ambigue, dolorose. Come l’utopia gentile e volenterosa di Ming Tian Hui Geng Hao (On the Rim of the Sky). A Gulu, nella regione del Sichuan, si arriva solo attraverso un sentiero così stretto e impervio che per ridiscendere a valle si usano le liane. Dopo il terremoto del 2008 Gulu finisce al centro dell’attenzione e tutti vogliono aiutare questo villaggio e l’impresa di insegnare qui, persino Jackie Chan. L’idillio antico si scontra con il caos moderno tra scuola, tv, attivismo superficiale e conflitti generazionali. A mostrarcelo è la regista XU Hongjie, che a differenza d’altri la comunità ha saputo rispettarla, osservandola per anni e non per moda.

Una storia diversa, ma neanche troppo, da quelle di Neal McGregor, lo straniero di Neasa Ní Chianáin, e Florian Burkhardt, l’Electroboy di Marcel Gisler. Il primo era un talentoso genialoide, morto a 43 anni in circostanze misteriose, inglese eremita in Irlanda, uno che poteva avere tutto e che ha scelto l’isolamento. La regista in The Stranger lo segue nelle parole, nei visi, nei ricordi degli altri, per capirlo. E capirli. Florian è invece uno svizzero che ha vissuto ad alta velocità: pioniere dello snowboard e di internet, allievo di un corso di recitazione a Los Angeles, amico di Kate Winslet e Leonardo DiCaprio, organizzatore di rave party (da lì il soprannome del titolo), compositore di musica elettronica di successo, persino top model. Tutto in una dozzina d’anni. Poi, a 32 anni, anche per lui arriva il ritiro da tutto e da tutti. Il senso della vita, forse, si può cercare in esistenze come queste, vite spericolate che diventano clausure. Si parlano, vecchio e nuovo, invece di distruggersi, in 15 Corners of the World. Zuzanna Solakiewicz ci porta nel mondo della musica elettronica che aveva accolto anche Burkhardt. Qui ne indaghiamo anche la possibile natura celeste, con un 82enne fedele all’analogico e un giovane alle prese con il digitale. E a un certo punto il film decide di operare per astrazione, con coraggio visivo, acustico, immaginifico.

L’uomo, il tempo, l’inquietudine di mondi che si incontrano. C’è anche in Broken Land di Stephanie Barbey e Luc Peter, tutto a ridosso della frontiera statunitense tra Arizona e Messico, abitata da paranoici e, in fondo, senzaterra. O in Mulhapar, nel lontano Pakistan: se negli Usa del precedente film tutto è volto a rifiutare l’altro, qui spiamo un villaggio che esce fuori dallo stereotipo a cui siamo abituati, puntando il compasso della nostra analisi in mezzo a due adolescenti, una musulmana e una cristiana, alla ricerca del sogno impossibile di una morte che le veda riposare nello stesso cimitero. E infine Damien Froidevaux ne La Mort du Dieu serpent ci scaraventa, con la 19enne Koumba, in Senegal. Lei, di fatto francese, viene rispedita alle sue radici da leggi ottuse e dal fato. E le radici, a volte, possono soffocarti. Di nuovo, in un vortice, vecchio e nuovo si uniscono, per poi implodere. E i magnifici sette della Semaine de la critique di Locarno, forse, ci servono a riflettere proprio sugli aspetti più radicali e radicati della nostra esistenza.

Boris Sollazzo

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