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L’epica di un quartiere rubato al tempo

L’epica di un quartiere rubato al tempo

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Il quartiere di Fontainhas non c’è più. Restano delle fotografie di un passato lontano con sguardi che si perdono oltre l’obiettivo. Incomincia sotto il segno dell’archivio Cavalo Dinheiro, ultimo film a oggi di Pedro Costa. Si tratta di immagini sparse, rubate al tempo e dimenticate dalle cronache ufficiali. Istantanee che danno il senso di un procedere. Forse mai come qui, è esplicitato il compito che Costa dà al cinema di farsi cantore di un popolo la cui identità si perde in un territorio non fisico ma sentimentale.

Cavalo Dinheiro è un film che va visto e rivisto. Un film dove la profondità del progetto riesce a condensarsi in singoli momenti di grande emotività, come quando una lacrima scorre sul volto di Vitalina mentre legge quello che potrebbe essere il suo atto di nascita, o in una dolce commedia del presente.

L’umanità di Fontainhas sopravvive alla distruzione del suo quartiere, come un popolo di ombre vaga alla ricerca di un luogo da abitare. Pedro Costa dà a Ventura e ai giovani che lo seguono una dimensione epica; proprio all’inizio del racconto inserisce una sorta d’invocazione, solo che qui non c’è nessuna musa cui appellarsi ma un anziano uomo tremolante, al cui cospetto compaiono dei fantasmi. Cavalo Dinheiro è un film scritto dal bordo del letto di un ospedale, un film dove il cemento si fa bianco, come i muri dei sanatori, o diventa il lucido brillare del metallo di un ascensore. Il poema epico si scrive per onorare la memoria di un popolo; anche se poi di fatto ne costruisce la storia, declinandola al presente. Pedro Costa tocca la grandezza dell’epica, senza dimenticarsi che sta scrivendo la storia di una comunità mai esistita, almeno per le cronache ufficiali. È un’epica senza committente, un’epica che nasce dal basso e che sembra venire dall’oltretomba. Il film è percorso, abitato dalla morte, ma come la grande letteratura riesce a strappare, se non i corpi, il loro ricordo all’oblio.

Carlo Chatrian

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