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A Tree Grows in Brooklyn

James Dunn e Peggy Ann Garner in A Tree Grows in Brooklyn, 1945

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Non avevo mai visto A Tree Grows in Brooklyn. La ragione sta forse nel fatto che Elia Kazan non mi ha mai folgorato. Almeno, non ancora. I suoi film, anche quelli più giustamente celebri, soffrono per una sorta di sovra-struttura, il che potrebbe apparire come paradossale, visto che stiamo parlando di un regista che ha cercato una sorta di semplicità formale. La ricerca della perfezione nella recitazione così come nella compenetrazione tra la presenza dell’attore e quella della macchina da presa mi appaiono qualcosa da ammirare più che da sentire. So che film come Fronte del porto oSplendore nell’erba hanno una loro forza intrinseca e sanno accompagnare verso universi di rara precisione, ciò nondimeno mi resta l’impressione di osservare una bellissima scultura, dove il movimento appare come cristallizzato e spetta al visitatore girarci in torno cogliendone i vari dettagli.

A Tree Grows in Brooklyn, film d’esordio di Kazan, non brilla certo per soluzioni registiche. Nei suoi ricordi, il regista stesso si concentra sul lavoro condotto con gli attori, in particolare con la giovane Peggy Ann Garner (che nel film interpreta la protagonista Frances) e il suo rapporto con Jimm Dunn (nel film suo padre) – e in effetti i due sono, insieme a Lloyd Nolan (nella parte dell’agente McShane), una spanna sopra gli altri. Il film girato interamente in studio e uscito nel 1945 è un perfetto esempio dello studio system, ovvero di un’opera concepita e portata a termine dal produttore che, come un direttore di orchestra, al fine di ottenere la migliore combinazione possibile sceglie le varie componenti e gli interpreti (storia, regista, attori, direttore della fotografia, montatore). Il produttore in questione si chiama Louis D. Lighton. Appartenente alla vecchia generazione (inizia a lavorare come sceneggiatore negli anni ‘20), Lighton conosce certamente bene il mondo del cinema dell’epoca e possiede gli strumenti per sapere cosa avrebbe potuto funzionare in una riduzione cinematografica del best-seller di Bettie Davis che è all’origine del progetto. Il film, infatti, seleziona dall’ampia materia narrativa del romanzo solo la parte relativa alla giovinezza dei due figli (Frances e Neely).

A Tree Grows in Brooklyn si dà il compito di toccare il cuore dello spettatore dell’epoca, pigiando forte sulla materia drammatica e condendola con molta poesia. L’idea di famiglia sta al centro del racconto e viene come rilanciata da una rappresentazione che fa della strada un sorta di grossa quinta. Un luogo dove il pericolo è escluso e tutti, nel bene e nel male, si conoscono. La sceneggiatura divide con chiarezza i ruoli: alla madre spetta il controllo della casa – non solo dell’appartamento, ma di tutto l’edificio. Pulisce le scale, conosce e sa come trattare i vicini… Il padre appartiene al mondo della strada, che il film mostra solo di scorcio. E’ lui ad accompagnare la figlia verso la nuova scuola. É lui a prendere la via della porta, quando l’ambiente domestico si fa troppo oppressivo. É sempre a lui perdersi nel mondo esterno, salvo poi tornare – a volte un po’ malconcio (sick, come affermano i figli bene istruiti dalla madre). La casa è il luogo del controllo, dell’economia, di una morale puritana che impera e determina i comportamenti. La strada è invece il luogo dello svago, della marachella ma anche della libera iniziativa. La strada è il luogo delle possibilità, di un’apertura che bene incarna il personaggio della zia Sissy (Joan Blondell), l’unica libera di muoversi da uno spazio all’altro. Più di lei – che viene come estromessa alla sorella dalla scena, salvo poi accoglierla quando ha riacquistato una certa credibilità – spetta al padre a portare un po’ della verve e della poesia della strada dentro le mura domestiche. Sono brevi incursioni, sempre destinate a chiudersi in fallimenti. C’è un altro elemento, estraneo alla logica della casa, che in modo inaspettato fa la sua comparsa. Ha le forme di un voluminoso libro, che i due ragazzi di tanto in tanto sono costretti a leggere la sera. La scena con Francie e Neely piegati su Troilo e Cressida è per me cruciale. Non tanto o non solo perché dà il via alla bellissima tirata della nonna sull’America come paese della libertà, ovvero quel paese in cui i figli possono essere migliori dei loro genitori se ne hanno le capacità; ma perché pone l’accento sul tema del linguaggio.

Francie non capisce la lingua di Shakespeare ma la accoglie come qualcosa di bello. Il rimando all’albero tagliato in cortile (che poi ricrescerà), come metafora della poesia che nella sua apparente inutilità rende il mondo più bello, è piuttosto evidente. Ma c’è qualcosa di più. L’emergere di una lingua diversa mette in evidenza le diverse parlate di cui si compone il racconto. Ogni personaggio possiede un suo linguaggio attraverso cui esprime la sua origine, il suo carattere, il suo rapporto con il mondo. Di più: diverse scene giocano sul cambio di registro linguistico: Francie parla in un modo con suo fratello e in un altro con sua madre. La stessa ragazza quando sale sul balcone all’ultimo piano della casa e guarda la città usa parole diverse…

A Tree Grows in Brooklyn è un film che riposa sulle parole, sulla loro capacità di definire una cosa o di camuffarla, sulla loro forza nel trasportare il racconto su un altro piano. Proprio come in una pièce teatrale sono le parole a creare la realtà. Le parole che ascoltiamo da quel grandioso affabulatore che è il padre e quelle severe, dure, ma al tempo stesso pragmatiche pronunciate dalla madre. Sono le parole che definiscono i sentimenti anche più estremi: così accade che l’esplosione di rabbia di Francie nei confronti delle scelte della madre trovi espressione non in un semplice pianto o grido, ma venga formulata in un discorso fatto di parole taglienti e lucide. Ed è proprio la fiducia nel linguaggio e nel suo potere di rendere il mondo migliore a illuminare il film di una luce particolare.

Carlo Chatrian

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