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L’infinita fabbrica del Duomo – L’eternità è un marmo

“L'infinita fabbrica del Duomo” - Martina Parenti, Massimo D'Anolfi

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Quanti film riescono a dar conto della vertigine del tempo? Non del tempo della narrazione, della messa in scena o del montaggio, ma quel tempo fatto di anni, epoche, secoli. Per farlo Massimo D’Anolfi e Martina Parenti hanno scelto un protagonista ideale: il marmo, frutto di millenni di stratificazioni, tanto duro da sfidare l’eternità.

L’infinita fabbrica del Duomo sembra raccontare il viaggio e la storia di quelle pietre dalle montagne a Milano, dove hanno dato forma alla cattedrale cittadina con un lavoro di centinaia d’anni, che tuttora continua. Eppure tutto quello a cui assistiamo, i gesti dei manutentori, i movimenti delle macchine, l’apparire degli insetti, i rituali dei religiosi, il brulicare dei turisti, tutto sembra essere l’accidentale interferenza occorsa mentre la camera era impegnata in un interminabile piano-sequenza il cui solo oggetto è la pietra.

Unico coprotagonista possibile un albero, testimone longevo abbastanza da assistere alla trasformazione della montagna in gigantesca chiesa. Capace di incarnare lo sguardo eterno delle statue, ma vivo come legno, il film sembra volersi dare la stessa natura e missione di quell’olmo: crescere, aspettare, praticare il tempo, mentre si succedono papi e imperatori, si consumano i fregi, e la cattedrale non smette di trasformarsi in se stessa.

Sergio Fant

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