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Ma dar Behesht - Paradiso del malcontento

Ma dar Behesht - Sina Ataeian Dena

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Difficile credere che Ma dar Behesht (Paradise) sia un’opera prima. Concepito come il capitolo introduttivo di una trilogia sulla violenza, costituisce molto più che un esordio promettente. Un innegabile esempio di come è possibile raccontare una storia con forza, emozione e intelligenza – risultato reso possibile da un affiatato trio di produttori: Yousef Panahi (fratello di Jafar e partner di produzione), Amir Hamz (al lavoro anche su Der Nachtmahr, presentato nel Concorso Cineasti del presente) e lo stesso regista del film, Sina Ataeian Dena, alle cui conoscenze nel campo dell’animazione e dei fumetti si devono le meravigliose composizioni visive e l’elegante dinamica del film.

Dotato di un altrettanto spiccato senso delle strutture narrative, il cineasta sa bene come accoglierci in un film (con un’introduzione tanto inquietante da non lasciare alcun dubbio sull’ironia insita nel titolo) e ci invita a partire, ma trattenendo il respiro.

La meravigliosa Dorna Dibaj – artista e per la prima volta attrice – è Hanieh, un’insegnante 24enne obbligata a percorrere quotidianamente un lungo tragitto da Teheran al posto di lavoro in periferia. La sua richiesta per un trasferimento nel centro cittadino va per le lunghe, e la sua esperienza a contatto con l’inferno dell’amministrazione scolastica si aggiunge alle consuete pressioni a cui è sottoposta una donna iraniana.

In qualità d’insegnante occupa una posizione chiave nella formazione intellettuale di una nuova generazione di ragazze, ancora ricche di potenziale ed energia. Ma ormai spossata dalla situazione e nonostante alcuni piccoli atti di ribellione, Hanieh sembra perdere la capacità di vedere come il suo stesso comportamento alimenti il mostro alla base dei suoi tormenti. L’approccio narrativo di Sina Ataeian Dena è tanto sottile da non necessitare di personaggi maschili per accennare a quel terrore sessuale di fondo che le controparti femminili sembrano aver assimilato, come se si trattasse della norma.

Aurélie Godet
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