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Schwizgebel – Re per una notte

“Erlkönig” di Georges Schwizgebel

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Alberi. Un uomo cavalca con il figlio malato, che sogna il Re degli Elfi in agguato per rapirlo. Nel suo ultimo lavoro, Erlkönig, l’elvetico Georges Schwizgebel prende le mosse dall’omonima ballata di Goethe e dalle musiche di Liszt e Schubert, ad essa ispirate, per comporre un’opera che è summa dei suoi cortometraggi precedenti. Corti presentati in un Omaggio che, affiancandosi alla proiezione in Piazza, ci porta a un’altra cavalcata: quella tra i tratti ricorrenti nelle sue creazioni.

L’inscenare un dialogo tra arti è uno di questi: l’animazione, spesso tracciata da pennellate di acrilico su celluloide, si disegna sulle pieghe della musica e ripercorre le trame dei classici letterari (Frankenstein per Le Ravissement de Frank N. Stein, 1982; Cenerentola per La Jeune Fille et les nuages, 2000; la Storia straordinaria di Peter Schlemihl per L’Homme sans ombre, 2004…). E perché l’immagine si fonda al meglio con la musica, il regista abdica ai tagli a favore di una transizione tra scene all’insegna della metamorfosi: così già nel giovanile Perspectives (1975) la donna si fa cane e il cane uomo.

Le arti sono celebrate anche tramite citazioni: se in Erlkönig si accenna a Matisse, protagonisti di Le Sujet du tableau (1989) sono altri capolavori pittorici, mentre in Frank N. Stein si omaggia il cinema.

Quest’intreccio di forme espressive provoca una vertigine: dove siamo? È musica, dipinto, film? L’assenza di tagli accresce il disorientamento: nel flusso ininterrotto d’immagini tutto si confonde, anche spazio e tempo.

Disorientamento che costituisce il vero fil rouge dell’opera di Schwizgebel: anche nella scelta dei soggetti predilige gli spaesati, i diversi: il Re degli Elfi, il daino rapito dai boschi di L’Année du daim (1995), il “mostro” di Frank N. Stein

Di questo viene adottato addirittura il punto di vista, calando lo spettatore nella sua allucinante avanzata attraverso una fuga di stanze, tratteggiate con tecniche diverse, in un catalogo delle modalità espressive cui ricorre il regista. È questo un altro tratto che lo contraddistingue: il desiderio di raccontare, nei film, non solo una storia, ma anche come l’abbia realizzata.

Accade pure in Erlkönig, dove l’alternanza di stili fa da contrappunto ai punti di vista dei personaggi: dal tratto spezzato e naif delle minacciose visioni del Re degli Elfi si passa ai toni morbidi delle scene a cavallo. E forse proprio nella figura della cavalcata vorticosa trova una sintesi l’opera di Schwizgebel: un percorso al galoppo che batte un sentiero tracciato dalla musica, e che lo fa a passi di pennellate.

                                                        

Sara Groisman

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