News del Locarno Festival
 

Tikkun – Miraggi oscuri

“Tikkun” – Avishai Sivan

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Avishai Sivan è riuscito a portare il suo film a Locarno, e così Locarno non ce l’ha fatta ad entrare nell’esilarante collezione di lettere di rifiuto che il regista israeliano archivia metodicamente sul suo sito web. Peccato, ma Tikkun era davvero troppo convincente per rinunciarvi, la conferma che il percorso avviato con Ha’Meshotet (The Wanderer), presentato alla Quinzaine del Festival di Cannes 2010, si ribadisce al secondo lungometraggio maturo e coerente. Già in Ha’Meshotet (The Wanderer) i colori dominanti erano il bianco e nero, unici permessi nel guardaroba del protagonista dalla comunità ebraica di cui fa parte. Con Tikkun la norma prende il sopravvento sull’intera tavolozza del film, e Sivan crea un universo monocromatico organizzato secondo i rituali della setta chassidica di Gur, uno dei più radicali movimenti ebraici ortodossi. Haim-Aaron però è il personaggio sbagliato per una banale ribellione: figlio prediletto e allievo modello di una scuola teologica, il suo percorso di liberazione non può che manifestarsi inizialmente in forma di muto disagio “buster-keatoniano”, nello stesso silenzio e con la stessa espressione perplessa con cui noi spettatori lo osserviamo. Lo scollamento dalla norma educativa e familiare, la resa alle pulsioni che nessuna ortodossia potrà vietare, spalancano a Haim-Aaron la scoperta di quel mondo dal quale era sempre stato protetto. Il percorso dal quartiere di Me’a She’arim, uno dei più antichi di Gerusalemme, ai bassifondi di Tel Aviv diventa così uno sprofondamento (o elevazione?) visionario, un miraggio oscuro in cui la religione è un deserto, e il desiderio la sete.

Sergio Fant

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