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Aspettando Me and Earl and the Dying Girl: giovani e ribelli?

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Crescere in America non è sempre stata una cosa semplice.
Il cinema made in U.S.A., sia quello mainstream che più indipendente, ha raccontato spesso e volentieri storie di giovani complessi adoperando tutte le possibili gamme di tono, genere e produzione cinematografica. E noi non potevamo assolutamente esimerci dal raccontarvi quali sono i nostri ragazzi preferiti. Con più di una sorpresa nella Top10 che segue:

Adriano Ercolani

Harold and Maude (1971) di Hal Ashby

Uno dei grandi film di rottura ideologica della Nuova Hollywood, storia d’amicizia surreale e poetica tra un adolescente che flirta con la morte e una vecchia signora che invece abbraccia in pieno la vita. Bud Cort e la grande Ruth Gordon indimenticabili in un cult-movie che mostra ancora oggi quanto sia doloroso essere giovani e soli.

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The Outsiders (1983) di Francis Ford Coppola

Un gruppo di ragazzi soli contro il mondo, costretti a confrontarsi con la violenza degli adulti fin troppo presto. Una fucina di talenti incredibile per il grande Francis Coppola: da Tom Cruise a Rob Lowe, da Matt Dillon a Patrick Swayze, tutti accomunati in una applauso commosso. Insieme al film “gemello” Rumble Fish una dissertazione sull’insicurezza giovanile che si trasforma in ribellione violenza. A suo modo un piccolo grande classico. 

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Footloose (1984) di Herbert Ross

L’affermazione portata avanti al suono di grandi note musicali. Un Kevin Bacon scatenato insegna a un piccolo paesino di retrogradi quanto sia importante la musica per esprimere la propria identità. Grandi canzoni, coreografie da sballo che esplodono in una sequenza finale destinata a durare nel tempo. Un classico degli anni ’80 forse datato nella confezione ma proprio per questo simpaticamente retrò. Da rivedere con indosso un paio di stivali da cowboy…

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The Breakfast Club (1985) di John Hughes

Cinque studenti totalmente diversi tra loro costretti a passare insieme una giornata di punizione. Un confronto/scontro che ha fatto la storia del cinema e reso leggendari i personaggi. Conformismo, solitudine, rabbia, amore: il tutto raccontato dal genio di Hughes e dalla mitica Don’t you Forget About Me dei Simple Minds. Gli anni ’80 non sono stati più gli stessi dopo questo film. 

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Back to the Future (1985) di Robert Zemeckis

Chi l’ha detto che non si può mescolare racconto di gioventù e fantascienza? Zemeckis s’inventa il più fantasmagorico dei viaggi nel tempo per consentire al “perdente” Marty McFly di redimere sé stesso, la sua famiglia e gli interi anni ’50. Capolavoro d’inventiva della narrazione che si trasforma in un meccanismo a orologeria capace di scrivere un decennio di cinema. Anzi, molto  di più.

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Stand By Me (1986) di Rob Reiner

Prendete la poesia, applicatela al cinema e otterrete questo film. Un’estate, un cadavere disperso, quattro giovani losers che si avventurano alla sua ricerca e scoprono vita, morte l’amicizia. Tratto dal racconto-capolavoro di Stephen King, un lungometraggio che inscena valori universali attraverso la semplicità e la dolcezza dei suoi indimenticabili protagonisti. La sequenza del treno sul ponte sospeso è antologia pura.

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Donnie Darko (2001) di Richard Kelly

Uno dei lungometraggi più deliranti degli ultimi trent’anni di cinema indipendente americano. Attraverso l’estetica dello sci-fi (con sconfinamenti nell’horror) uno dei ritratti adolescenziali più inquietanti di sempre, perfettamente interpretato da un allora sconosciuto o quasi Jake Gyllenhaal. Conigli giganti, situazioni paradossali, frantumazione dell’io e del racconto. Un puzzle ipnotico e impossibile da dimenticare.

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Superbad (2007) di Greg Mottola

Pellicola scatenata e sboccatissima, una specie di disaster movie delle teen comedies, che però dietro al linguaggio inaudito nasconde il malessere di una coppia di adolescenti ai margini del tessuto sociale americano. Si ride a crepapelle ma a fine proiezione si esce stranamente tristi, caratteristica peculiare delle produzioni Judd Apatow. Uno dei film più sorprendenti nel parlare di disagio giovanile con i toni più leggeri.

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Winter’s Bone (2009) di Debra Granik

Senza mezzi termini il più bell’indipendente americano degli ultimi vent’anni. Noir durissimo e scarnificato, storia di formazione attraverso la violenza e il sangue di un luogo senza leggi se non quella del più forte. Grandissimi duetti tra l’allora diciannovenne Jennifer Lawrence e John Hawkes, due prove d’attore sontuose. Tratto dallo scrittore Daniel Woodrell, un racconto di genere che trascende lo stesso per diventare ritratto dell’anima nera dell’America.

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Boyhood (2014) di Richard Linklater

Il lungometraggio più sperimentale realizzato negli States da tempo immemorabile è invece narrazione semplicissima e umana della crescita di un giovane qualunque, tanto più vero perché filtrato dalla sensibilità di Linklater. Niente drammi confezionati, soltanto la vita come si presenta. Cosa c’è di più rivoluzionario? Ellar Coltrane, non-attore, è perfetto per restituirci il sapore della realtà. Grandissimo spaccato sulla dolcezza di gente comune.

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