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Arte dell’intervista

Arte dell’intervista

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La forza straordinaria dei “documentari” di Werner Herzog sta nella loro visionarietà, nel aver il coraggio di affermare che il mondo non ha finito di stupirci. Non parlo solo di quei film dove il regista si è fatto esploratore di angoli nascosti e irraggiungibili ai comuni mortali: i fondali dell’antartico, la grotta di Chauvet o la foresta amazzonica. La visionarietà di Herzog è ancora più lampante quando affronta soggetti ordinari, che stanno sotto gli occhi di tutti, perché in questi casi la magia è tutta interna alla sua posizione di indagatore del presente.

Così è in quest’ultimo lavoro, che procede come una tradizionale indagine, divisa per capitoli volti a esplorare facce diverse di quella impalpabile ma fittissima rete che avvolge il mondo al XXI secolo. Dopo aver incontrato pionieri, luminari e hacker, dipendenti del FBI e persone intossicate dalle radiazioni emesse da cellulari e rete wireless, con una delle sue più tipiche capriole, Herzog arriva ad assumere una posizione che non solo è eccentrica rispetto al sentire comune ma che impone un ribaltamento di prospettive. Nel suo viaggio attraverso internet, dalla nascita allo stato attuale di colonizzatore del mondo, il regista tedesco – autore di Kaspar Hauser – scova la domanda inattesa: “Ma internet sogna?”

Detto altrimenti: il mondo sempre connesso è capace di quel salto nel vuoto che il sogno implica? Attoniti, divertiti, gli interlocutori abbozzano risposte, forse intuendo che la domanda li chiama in causa. È la nostra capacità di sognare a essere testata. La capacità di andare oltre l’orizzonte delle cose per scoprire l’inatteso, ciò che nessuna ricerca e nessun copione possono offrire. Detto altrimenti è la capacità di passare dal mondo pre-ordinato della fiction a quello incoerente, discontinuo della realtà che interessa a Herzog. A ben guardare la domanda posta dal film è la stessa che sta alla base di ogni suo altro lavoro. Ed è forse ancora la stessa domanda che lo stimola ad andare avanti.

Quando abbiamo smesso di sognare? Guardando Lo and Behold (titolo che è già un programma) verrebbe da dire che probabilmente tutto è avvenuto come in un racconto di Vonnegut, in maniera rapida e impercettibile. Il sogno si è consumato in parallelo all’aumento delle possibilità di raggiungere ciò che è separato da noi, sia esso un luogo, una persona, una cosa. In un mondo che offre tutto, come mostrandolo su infinito scaffale, il sogno non ha più molta ragione di esistere.

Allo stesso modo quella fabbrica di sogni che per un secolo ha preso il nome di cinema patisce più di altri di questa situazione. Oggi il cinema cerca di reinventarsi appoggiandosi al fantastico, solo che oramai non lo trova più dove era abituata a cercarlo. Il fantastico non sta più oltre i confini del reale: lì c’è spazio solo per supereroi che ricalcano modelli drammaturgici consolidati. Allora, forse l’unico luogo in cui il fantastico ancora può avere dimora è proprio nella realtà delle cose. A volte basta ruotare di poco lo sguardo, cogliere quanto sta ai lati dell’inquadratura per rendersi conto della differenza. 

Questo è quanto chiede Herzog ai suoi intervistati e ai suoi spettatori. Chiede di lasciare il cammino abituale per seguirlo in una passeggiata che sarà ricca di salti, di deviazioni e di sorprese. Herzog è l’unico – forse insieme a Errol Morris – a usare l’intervista come uno strumento per rompere con la continuità narrativa. Di norma le interviste sono i luoghi dell’esposizione di una tesi, magari quelli di un confronto tra due posizioni. In un documentario le interviste sono spesso noiose perché scontate: esse sopperiscono a quanto il documentario non può fare, filmare il passato. Le interviste sono il materiale di base su cui si costruisce la sceneggiatura di un documentario, contengono gli elementi narrativi, drammaturgici ed emotivi della storia. Quando un film fa largo uso di interviste è come se svelasse le sue carte in anticipo. Di qui la scelta, sempre più frequente, di escluderle, sostituendole con il reenactment. In Herzog le interviste sono invece il luogo dell’incontro. Sono al presente e quando l’intervistato cerca di appoggiarsi alla sua esperienza, il regista lo sorprende con una domanda inattesa, che lo costringe a esporsi. Non lo fa però con il tono sarcastico di Michael Moore, e neppure con quello stupore surreale di Errol Morris. Se il primo è troppo attore da dimenticarsi a volte dell’intervistato, il secondo si nega come corpo per lasciare l’intervistato alle prese con la glacialità della macchina da presa. Herzog ha invece un modo tutto suo per essere al contempo discreto e presente. Chi riconosce la voce dal lieve accento tedesco sa che questa metterà l’interlocutore a suo agio senza però porsi su un piano di connivenza. In ogni suo documentario le interviste sono un momento di pura gioia e di apertura verso lo spazio delle possibilità. Le interviste di Herzog nascono da un reale interesse per la persona; costituiscono o cercano di essere un happening, ovvero il momento in cui il film lotta contro la sua sceneggiatura per aprirsi a quel salto verso l’ignoto che il regista ha spesso praticato in prima persona. 

Carlo Chatrian
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