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Intervista ad Alejandro Jodorowsky

Pardo d'onore Swisscom 2016

Foto di Alessio Pizzicannella

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Questo è di gran lunga il suo film più personale sotto molti punti di vista, racconta la sua storia. Quanto è finzione e quanto è tratto dalla vita reale?

Ho scritto il libro La danza della realtà, che narra la mia vita dalla mia fanciullezza fino a oggi. Vorrei farne un film ma non dal libro intero, altrimenti avrei bisogno di vivere ben oltre i cento anni! La mia filosofia riguardo a questo film è la seguente: in un film ogni cosa è una bugia. Gli attori interpretano qualcuno che non sono. Set, decorazioni, ogni cosa è falsa. Così ho deciso di girare alcuni momenti della mia realtàsono andato a riprendere nei posti in cui avevo vissuto quelle esperienze. Le strade in cui ho vissuto, il negozio di mio padre, ho trovato i posti reali e lì ho mescolato realtà e poesia. Un altro livello di realtà è negli attori: nel film mio padre è interpretato da mio figlio Brontis, il giovane me dall’altro mio figlio Adan. Questa è la realtà dietro la poesia, ogni scena è vera ma anche non vera perché è arte. Faccio arte riempiendo i posti e i personaggi con il cinema. Ho stilizzato tutto verso la bellezza.

 

Parlando dei suoi film, in Poesía sin fin c’è una scena magnifica in cui il protagonista perdona suo padre. È stato emozionante realizzarla?

Certo, quasi ognuno di quei momenti è stato improvvisato. Avevamo un testo ma non avevamo fatto prove. 

 

Nel film lei si riserva un piccolo ruolo, una sorta di coro greco che commenta gli eventi. Perché questa scelta?

Non è una parte importante, è giusto quello che guida e consiglia il giovane me. Mi sono ricordato del Surrealismo spagnolo, quando gli artisti inserivano spesso se stessi dentro l’opera. È come un biopic, leggermente narcisista, monomaniacale. 

 

Il suo personaggio ha la battuta più bella del film: «La mente pone domande, il cuore dà le risposte». È vero anche nella vita?

Sì. Ma ci sono anche i testicoli. Le ovaie per le donne, ovviamente. Con il cervello chiedi, con il cuore rispondi, con i testicoli lo fai. Domande, risposte, azione. Vita.

 

C’è un messaggio che vorrebbe il pubblico cogliesse vedendo la sua vita rappresentata sul grande schermo?

Senti, i film non sono letteratura, sono film. Non puoi suggerire un’idea. Ciò che posso mostrare, non lo racconterò a parole. È un’arte ottica, non come il teatro. Quindi non le darò un messaggio filosofico a parole. Nella vita ci sono due cose: libertà e autenticità. Hai libertà, hai milioni di neuroni, sei perfetto. Però poi ci sono pregiudizi, ostacoli proposti dalla famiglia, dalla società o dalla storia. Dobbiamo abbattere i limiti, passo dopo passo, in ogni modo possibile. Autenticità significa essere chi sei e non ciò che gli altri vogliono tu sia. Io volevo solo essere me stesso, non quello che mio padre voleva fossi…

 

La sua intera filmografia si mescola ad arte, poesia, letteratura. C’è un altro romanzo che vorrebbe adattare per il suo prossimo film?

Nel prossimo progetto adatterò un’altra storia su me stesso. Vorrei fare Son of El topo. Dopo che feci El topo ho subito sentito la necessità di girare il seguito, ma non ho potuto per problemi economici. Non faccio parte dell’industria, trovo sempre molte difficoltà a fare un film. Allora era impossibile, ma negli ultimi tempi ho deciso di farne un comic-book. Lo sto facendo con José Landrönn, che vive a Los Angeles. Lo sto dirigendo attraverso Skype!

 

Adriano Ercolani
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