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Koibito-tachi wa nureta

Histoire(s) du cinéma: Special Screening

Koibito-tachi wa nureta

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Tatsumi Kumashiro stava cercando un modo di raggiungere il successo nell’industria cinematografica quando lo studio Nikkatsu lo assunse come regista per il lancio, nel 1971, dell’ormai famosa serie dedicata al cinema erotico softcore, conosciuto come “roman porno”. Kumashiro fu astuto nel comprendere il potenziale del genere e lo trasformò ben presto in un successo di critica e di pubblico. Koibito-tachi wa nureta (Lovers are Wet), il suo quarto film con Nikkatsu, rimane uno dei suoi classici più ammirati – oltre che, per pura coincidenza, il suo preferito – e non è difficile capire perché. È incredibilmente bello. Moderno sia nelle tecniche di ripresa diversificate, sia nell’approccio ai temi.

La storia è abbastanza semplice: un giovane, Katsu, si nasconde nel piccolo villaggio di pescatori dove è cresciuto. Lì dà una mano come proiezionista, anche se passa la maggior parte del tempo a passeggiare e a spezzare la routine cittadina. C’è un vento libertario che soffia in tutto il film e Kumashiro è a capo della ribellione: mentre soddisfa i requisiti del “roman porno”, all’interno della narrazione sviluppa una riflessione sul genere stesso. Considerando il sesso più un bisogno naturale che una trasgressione, ci invita a vedere – spesso con umorismo – cos’è veramente il voyeurismo e quanto patetica può essere la frustrazione maschile. Prima di reagire alle sue scene più brutali, riflettiamo su una delle questioni aperte del film: cos’è peggio, sbirciare o mostrare?

Aurélie Godet
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