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La Prunelle de mes yeux

Concorso internazionale

La Prunelle de mes yeux

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Sarà per via del rebetiko, che ne fa da scherzosa colonna sonora, ma l’ultimo film di Axelle Ropert ha una certa aria dissidente che bene bilancia il gusto della cineasta per la commedia e l’abituale sguardo complice con cui avvolge i suoi personaggi.

Il racconto si svolge a Parigi; ancora una volta Ropert arriva a piazzarlo fuori dai centri abituali d’interesse, individuando qui una singolare comunità greca. Se lo spirito del rebetiko, liriche da balera cantate all’epoca della rivoluzione, resta poco più che un filo leggero, la presenza della musica è centrale grazie al personaggio interpretato da Mélanie Bernier, un’accordatrice cieca. È lei il centro luminoso di questo film. Lei e il suo sorriso aperto e fiducioso nel prossimo, lei e i suoi occhi spalancati come a guardare oltre l’orizzonte delle cose. Come in un intrigo alla Cukor, l’incontro con il giovane Théo (Bastien Bouillon) avviene all’insegna del malinteso. Non accorgendosi della cecità della donna, il giovane si fingerà cieco a sua volta.

È l’handicap, la marginalità, il soggetto di La Prunelle de mes yeux. Si tratta di un modo per raccontare la difficoltà di una generazione a trovare il proprio posto. La qualità maggiore di Axelle Ropert è l’abilità nel costruire i dialoghi ridando il giusto peso alle parole anche quando queste arrivano inopportune. Sull’onda di scambi che suonano come schermaglie d’amore, i personaggi di questo film, che sotto un’aria da commedia nasconde un fondo cupo, vivono una sorta di esilio esistenziale: come i due fratelli greci, quello che pensa di essere un musicista incompreso ma non sa cantare e quello che ha il dono della musica ma non lo esercita per non offendere il fratello. È questo solo un esempio di quella tela fine e delicata che collega tutti i personaggi, anche quando sono in lotta tra loro, e che costituisce una bella immagine di comunità plurale.

Carlo Chatrian
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