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News del Locarno Festival
 

Intervista ad Arturo Ripstein

Giuria Concorso internazionale

Foto di Alessio Pizzicannella

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Qui a Locarno vedremo La calle de la amargura, un'opera sorprendente, tra il melodramma e la tragedia sociale. Come nasce questo film?

Non pensavo di farlo, il merito è suo (indica Paz Alicia Garciadiego, sua moglie, sodale e sceneggiatrice), pensavo fosse impossibile riuscire a raccontare questa storia. O farlo almeno in maniera credibile. Tutto è nato da un articolo: raccontava della morte di due nani wrestler mascherati. Era un ottimo pezzo di quel sensazionalistico mediatico che in Messico puoi superare solo con un’altra storia più disgustosa e sconvolgente. Per molti giornalisti l'unico limite è il cielo. Mi sembrava impossibile farne del cinema, lei ha insistito, abbiamo anche litigato. Una settimana dopo ho capito che potevamo farne un gran film, partendo dal bianco e nero.

 

Per lei etica ed estetica sono sempre collegate. È così anche in questo caso?

Per me qui il bianco e nero era essenziale per indagare la realtà, mi serviva altro oltre al piatto realismo del colore. Le scelte estetiche sono sempre etiche, e viceversa. Guarda i cambi tecnologici subiti dalla Settima Arte: non l'hanno cambiata totalmente ogni volta? Il sonoro, il colore, hanno portato con sé modifiche formali e sostanziali non solo nello sguardo ma anche nel racconto e nei contenuti. Pensa al cinema di oggi, più democratico grazie al crollo dei costi di produzione. Non ha forse, questa fine dell'elitarismo dell'approdo alla regia, cambiato etica ed estetica del cinema?

 

Una grande carriera è fatta anche di grandi incontri. Se le dico Buñuel e Gabriel García Márquez, lei cosa mi risponde?

Intanto che il fatto che io abbia fatto l'assistente a Buñuel è una leggenda, ero troppo giovane. Ma ho potuto osservarlo e soprattutto abbiamo parlato tanto. Aveva dei problemi di udito ma le mie parole, anche se pronunciate con un tono basso, le capiva e ciò gli rendeva piacevoli le nostre conversazioni. Parlava con la testa ma anche con il fegato, tuttora per me è un esempio umano, anche se cinematograficamente ho preso una strada diversa. Forse trovavamo entrambi nell'altro un interlocutore che in famiglia e altrove non riuscivamo a scovare. Quello che ci siamo detti per me è stato fondamentale. Su Márquez non ho lo stesso bel ricordo. Ci ha presentato un amico comune, ho lavorato su un paio di sue opere, ma con lui ho capito come fama, denaro e riconoscimenti possano cambiarti totalmente. Era fantastico prima di diventare una star. E, confesso, non capisco tutt’ora il fenomeno culturale creatosi attorno a lui. Gabo, Vargas Llosa e Almodóvar sono le uniche pop star della cultura spagnola. E la cosa ha delle conseguenze. Su di lui il successo ha avuto quelle peggiori. Non ho bei ricordi.

 

È più difficile per un regista indipendente combattere contro i mulini a vento dell'industria e del pensiero dominante oggi o in passato?

È difficile capire come stanno le cose. La democratizzazione del cinema mi piace, ma rimane difficile, anzi lo è di più, fare film fuori dalle logiche industriali che però abbiano l'ambizione di arrivare al pubblico, di competere e non solo di esistere. Ora ancora meno che nel passato si investe nell'arte, quella dei registi veramente indipendenti è una sporca guerra destinata alla sconfitta, ma che vale la pena di essere combattuta.

 

Ma Cuarón, Iñárritu e del Toro ce l'hanno fatta a Hollywood, portando un pezzo di Messico nel cuore dell'immaginario americano.

No, il cinema messicano a oggi non esiste, figurati se può andare a Hollywood. Murnau, Lubitsch, Lang: Hollywood ha sempre pescato da altre cinematografie. Ha sempre avuto fame di talenti. Ma come quei tre maestri non furono chiamati per fare film tedeschi, ma a far meglio il cinema a stelle e strisce, loro tre sono “solo” messicani che son riusciti a passare il confine e a mettere al servizio dell'industria e della visione americana il loro straordinario talento. Non ricordo un film messicano interpretato da Brad Pitt. Questo discorso vale un po' meno, forse, Iñárritu, che ha più autonomia creativa essendo stato chiamato dagli americani, senza cercarli. Sono felice per loro, ma così manca un punto di vista forte sul nostro paese e soprattutto viene artisticamente depauperato un patrimonio culturale: tutti cercano di fare fortuna e qui non rimane nessuno a ricostruire una “visione”. Un tempo si chiamava colonialismo culturale, ora open market.

 

Che importanza hanno i festival per difendersi da tutto questo?

I festival sono fondamentali, se come Locarno hanno attenzione verso un cinema altro, verso registi diversi. Non lo sono invece quando sono frutto di una massificazione di gusti, non di rado volti verso l'americanizzazione dell'estetica, quando diventano appuntamenti bulimici. Qui è diverso, c'è una ricerca e una curiosità intellettuale che aiuta quest'arte a crescere. Per questo sono felice di fare qui il presidente di giuria, anche se è un compito difficilissimo e ingrato: alla fine avrai un nuovo amico e decine di nuovi nemici. Giudicare un film in un festival, per la sua natura multiforme, è come decidere chi debba prendere una sola medaglia d'oro tra tutti i partecipanti alle Olimpiadi, dal calciatore al nuotatore, passando per il saltatore in lungo. Spero di trovare qualcuno che mi colpisca al cuore, non con le facile emozioni ma con la sua originalità, con il suo coraggio.

 

Lei è un maestro per molti. I suoi maestri quali sono stati?

Fellini, Visconti, Kurosawa, Ford, Lang. Buñuel no, lui è la luce. Non sono un maestro, anzi la cosa che mi fa più felice è che ancora oggi non ho smesso di imparare.

Boris Sollazzo

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