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Locarno70: Ritorno al futuro

Locarno70: Ritorno al futuro

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Locarno70 racconta quel respiro di storia del cinema che proprio a Locarno ha soffiato la prima volta. Un programma di 12 pellicole che suggeriscono quella che è sempre stata l’anima del Festival. Quell’indole a scoprire, osare, immaginare. Scoprire germogli di un cinema che negli anni diventerà albero maestro come quello di Éric Rohmer, autore scintilla della Nouvelle Vague che esordì a Locarno nel 1962 con Le Signe du lion. O le scintille Der siebente Kontinent (1989), di un Michael Haneke che qui salpò verso un futuro di palme d’oro e statuette, e Odinokiy golos cheloveka (The Lonely Voice of Man – 1987), primo lungo di tal Aleksandr Sokurov. Cinema scoperto e osato come fu per Todd Haynes, che in Piazza Grande riceverà il Pardo d’onore 25 anni dopo essersi presentato con il potente Poison (1991). Coraggio e scelte forti, come forte fu 36 Fillette (1988), di una Catherine Breillat destinata a (far) scrivere pagine dure e spudorate per la forza di una sessualità raccontata con la penna – o luce – rossa. Pellicole difficilmente accomodanti, più spesso di rottura, come Hallelujah the Hills, di Adolfas Mekas (1963), Al-momia, di Chadi Abdel Salam (1969), e Khamosh Pani, di Sabiha Sumar (2003). E pure pellicole che la storia la raccontavano vivendola, come San Gottardo del ticinese Villi Hermann (1977) e Un’ora sola ti vorrei, di Alina Marazzi (2002). E poi chi Locarno70 lo cavalcherà tra il Concorso internazionale e la storia: Raúl Ruiz. L’autore cileno scomparso nel 2011, ma in concorso con l’ inedito postumo La telenovela errante, di cui il Festival accompagnò i primi passi con Tres tristes tigres (1968). Quella volta fu Pardo d’oro, questa chissà. La storia, in questo caso, è ancora tutta da scrivere.

Alessandro De Bon
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