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Sashishi deda (Scary Mother)

Concorso Cineasti del presente

Sashishi deda (Scary Mother)

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Come nel sogno che prende le mosse dalle righe di un romanzo che ci scivola tra le mani cedendo al sonno, è la parola letteraria a indurre lo stato di alterazione di cui cade consenziente vittima l’opera prima di Ana Urushadze, nella quale non a caso qualcuno continua a svegliare qualcun altro, mentre i cicli del giorno e della notte si confondono, come se lo stato naturale del film fosse questo sonno ad occhi aperti in cui comportamenti, gesti e oggetti assumono nuove surreali connotazioni. Anche gli spazi si rivelano terreno di negoziazione tra intimo e pubblico, porosi alla contaminazione del subconscio, siano le celebri “logge” di Tiblisi, volumetrie esterne abusivamente riconquistate alla dimensione privata, o un cortile che si ritrova a ospitare indifferentemente una macchina da stampa e una vasca da bagno, fino a una lynchiana red room, lucida materializzazione della esplosiva dimensione interiore della protagonista. Il tabù rotto da Manana è quello di scriversi e scardinare ogni ruolo di cui è rivestita (familiare, femminile, materno, sessuale), con un processo tanto personale da fare del suo stesso corpo l’unica superficie su cui le viene spontaneo prendere appunti. Il risultato è volgare pornografia come giudicano familiari e editori, o un capolavoro come istericamente crede il buffo cartolaio, suo unico alleato? Scegliere una o l’altra ipotesi vorrebbe dire svegliarsi sul più bello, optare tra sonno e veglia, psicosi e talento, autobiografia e romanzo, mentre la direzione rivoluzionaria di Sashishi deda (Scary Mother, 2017) è quella di abbracciare la molteplicità e il potenziale trasformativo di tutto ciò che abitualmente nascondiamo dentro e fuori di noi.

Sergio Fant

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