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Cat People

Histoire(s) du cinéma: Omaggio a Nastassja Kinski

Cat People

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© Universal Pictures

Realizzare un remake dovrebbe significare appropriarsi di un progetto e rivisitarlo secondo il proprio gusto estetico, inserendovi quando possibile tematiche e discorsi personali. È ciò che accadde nel 1982 con Cat People, rifacimento di Paul Schrader del classico horror diretto da Jacques Tourneur quarant’anni prima. 

Dietro la confezione visivamente folgorante l’autore appena uscito dall’enorme successo di American Gigolo riuscì a inserire alcune delle sue principali ossessioni cinematografiche, soprattutto le tensioni legate alla dualità dell’animo umano. Attraverso il rapporto ambiguo e ipnotico tra i due fratelli Paul e Irena, Schrader mise in scena in maniera salutarmente provocatoria le tensioni sessuali (quasi sempre represse) che dilaniano i suoi personaggi, divisi tra ciò che è concesso da una società castrante e gli istinti primari dell’essere umano.  Sotto questo punto di vista Nastassja Kinski e Malcolm McDowell – due degli interpreti che hanno saputo maggiormente “esibire” il proprio corpo come veicolo di senso – si sono rivelati perfetti per esplicitare tale discorso, che in Cat People da sotterraneo diventa sempre più pulsante e viscerale, fino ad esplodere nella magnifica sequenza di trasformazione finale.
L’orrore non è nel lato animalesco che giace più o meno sopito in ognuno di noi. L’orrore sta invece nel volerlo sopprimere, o peggio ancora negare radicalmente. Cat People è in fondo un film che parla di istinti repressi, capaci di logorare l’individuo dall’interno. Un tema che da sempre attraversa la filmografia di Schrader, non soltanto nei suoi film da regista: basta pensare alle grandi sceneggiature scritte per Martin Scorsese, da Taxi Driver passando per The Last Temptation of Christ fino ad arrivare al doloroso e (troppo) sottovalutato Bringing Out the Dead.

Adriano Ercolani
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