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Un uomo chiamato Leopardo

The leopard man – Retrospettiva: Films

Un uomo chiamato Leopardo

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© Beta Film / Deutsches Filminstitut, Frankfurt-KINEOS Collection

Ci sono film che non sono solamente dei capolavori o dei cult, ma che portano in loro lezioni di cinema tanto semplici quanto necessarie. The Leopard Man è uno di questi: conclusione della trilogia dell’orrore umano (e non solo, come si vede anche in Cat People e in I Walked with a Zombie) costruita sul triangolo formato da RKO, il produttore Val Lewton e il regista Jacques Tourneur, questo film è un esempio brillante di potenza narrativa, maestria visiva, essenzialità e lucidità di scrittura. L’horror è evocato nelle efferate uccisioni ma ancora di più nell’uomo, nel non detto, nell’avvilente ritratto di un’umanità mediocre che viene sollevato solo da un’Eva contro Eva danzante – e l’inizio del film vive sul suono delle nacchere e sulle movenze del flamenco – e da un’esotica presenza, un leopardo (simile, però, a una pantera) che scappa da quel consesso di anime vuote e, sembra, prendersela con i loro corpi.

In meno di 70 minuti però scopriremo che la bestialità è altrove, che Tourneur è capace di ritrarre chi siamo usando il genere – cinematografico e sessuale –, che il cinema vero ha la capacità di guardare sempre oltre, anche quando la verità è nascosta sotto i nostri occhi.

La macchina da presa ha un’eleganza mai virtuosistica, i dialoghi sono un delicato complemento di immagini che sanno amare i corpi e misurare i movimenti quasi fossero sempre coreografati, Tourneur mostra costantemente la sua capacità di narrazione naturale, metaforica a metà tra la decadenza e la volontà di rinascita, anche morale. Il regista però, nel finale, fa qualcos’altro: scarnifica le nostre convinzioni e convenzioni, con una scena asciutta, ruvida, capovolge senso e giustizia, in un atto che ci porta, un attimo prima del trionfo dell’umanità, all’oscurità più insondabile dell’uomo. E lì, solo lì, che il buon Jacques ci lascia soli: senza donne, fino a quel momento centro di gravità della pellicola, perché a toccare il fondo siano solo maschi.

Boris Sollazzo
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