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Lucky

Concorso internazionale

Lucky

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Molti pensano che la vera forza del cinema americano consista nella bravura dei suoi cosiddetti caratteristi. Sono loro che insieme alla battuta danno profondità e spessore alle star. Sono loro che hanno volti veri, segnati dal tempo e portatori di cultura. Sono loro che consentono il raccordo con lo spettatore.

Pensato come un omaggio a uno dei più grandi di questi, Lucky è al contempo un film cucito sulla pelle di Harry Dean Stanton e una sorta di manuale di piccola filosofia. Con il suo passo lento ma musicale, con il suo sguardo allucinato e il suo naturale disincanto Harry Dean Stanton è la risposta dell’America a quell’ansia di successo, alla rincorsa verso il tempo di cui il grande paese sembra preda. Attorno a Lucky e alla sua ultima ballata, John Carroll Lynch (altro grande caratterista qui per la prima volta dietro la macchina da presa) dispone un’umanità di resistenti, siano essi gli avventori di un bar-saloon o la commessa di un piccolo negozio. Ritmato da battute azzeccate e da ricordi presi da esperienze lontane, punteggiato da una straordinaria tirata di David Lynch (qui nei panni dell’attore), Lucky è un viaggio in un mondo senza tempo, in un mondo che forse non è mai esistito ma che palpita in molte inquadrature di cinema. Di fronte al vuoto che ci attende, non c’è che la soluzione intrapresa dalla testuggine Roosevelt, incamminarsi a passo lento ma sicuro, portando con sé la propria bara. Questa è anche la lezione di Lucky che sa rovesciare il suo essere “alone” in un più rassicurante “all + one”.

Carlo Chatrian

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