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Comencini: "Tra il dolore e la gioia di vivere"

Amori che non sanno stare al mondo - Piazza Grande

Comencini: "Tra il dolore e la gioia di vivere"

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Francesca Comencini, già all’origine di questo suo nuovo lavoro c’è la parola. Lei ha scritto il romanzo Amori che non sanno stare al mondo e poi l’ha trasformato in film, un film che trova un collante tra le immagini proprio nel flusso continuo di parole…

Sì, il legame con le parole giocoforza c’è da principio, anche perché il libro – e di conseguenza il film – si basano sul discorso interiore e incessante di una donna che riflette sulla fine di un amore. E lo fa proprio nel momento in cui sta vivendo il contraccolpo della perdita, per cui la rivisitazione ossessiva del passato non può che avvenire in modo disordinato e frammentato. Qualcosa che, sotto la spinta delle parole, ti porta a rivivere scena per scena la tua storia d’amore ed è lì che si aggancia alle immagini. Ma il tessuto di fondo di chi si interroga sulla condizione di innamorato rimane principalmente verbale.


E non a caso, il film più che il racconto di una storia d’amore diventa il resoconto di uno spettro di ossessioni amorose: la perdita, l’abbandono, il dolore, la solitudine...

È inevitabile che sia così, visto che la nostra cultura è imbevuta dei testi che ci hanno preceduto e che hanno forgiato il nostro orizzonte sentimentale. Qualcosa che ovviamente è stato costruito attraverso codici e modelli, quasi sempre riconducibili a punti di vista che erano maschili. Io qui ho voluto semplicemente ribaltare la prospettiva, entrando in questo universo di parole attraverso un’effrazione femminile. Qui mi è venuto naturale ambientare la storia in un contesto universitario, dove i personaggi possono essere tutti molto colti ed eruditi, ma come tutti anche loro, quando vengono colpiti dai dolori dell’amore, possono trovarsi nudi e stupidi di fronte a questa condizione spiazzante.


Una condizione che può diventare grottesca, come testimonia l’interpretazione istrionica di Lucia Mascino del suo personaggio. Ma è più lei che diventa grottesca oppure siamo tutti noi che diventiamo grotteschi quando ci troviamo in questo stato di patimento amoroso? 

Il grottesco è un effetto che arriva da quella condizione, perché la grande sensibilità di cui diventiamo preda ci porta a delle continue oscillazioni. Proprio quelle che portano la protagonista del film ad avere guizzi di ribellione ad altri momenti in cui sprofonda in una dimensione ridicola che può sconfinare persino nel comico. E da questo punto di vista l’interpretazione di Lucia è stata capace di seguire questi duplici movimenti. Con i suoi scatti di lotta donchisciottesca e i rinculi più sofferti rispetto ai primi sintomi di invecchiamento….


Un discorso che mantiene le sue contraddizioni senza mai sfociare nel vittimismo femminile. 

No, è una cosa che ho voluto evitare ed è anche per questo che una componente fondamentale di questa donna è l’ironia, e soprattutto l’autoironia, che riversa su di sé. Non c’è alcuna visione unilaterale, la dignità sta proprio nel mostrare una persona in tutta la sua pienezza, con le sue parti di luce ma anche con le sue parti più buie.   


Una complessità sentimentale che nel film sembra diventare anche una cifra generazionale, visto che entrambe le vite dei due protagonisti vengono scompigliate da persone molto più giovani di loro….

Certo, le generazioni più giovani nel film sembrano conservare una vita sentimentale più immediata, con meno filtri e fratture, ma anche perché loro semplicemente compaiono ed entrano nei margini di vita di quelli che sono i protagonisti della mia storia. Io ho sempre voluto mantenere un unico punto di vista solido e quindi non avevo la pretesa di parlare anche con gli occhi e le parole dei più giovani. È proprio da queste scelte che si è andata a costituire quella doppia anima del film che i personaggi si caricano sulle spalle: da una parte c’è l’esperienza del dolore, dall’altra una gioia di vivere che nonostante tutto rimane inarrestabile.

Lorenzo Buccella

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