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Il venerabile islamofobo

Le Vénérable W. – Fuori concorso

Il venerabile islamofobo

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Barbet Schroeder è uomo, intellettuale e regista che non ama le mezze misure e tanto meno le vie di mezzo. Da sempre il suo cinema è l’indagine su cittadini che meritano ogni sospetto, persone più o meno comuni che attraversano la storia come degli elefanti visiterebbero una cristalleria.
E lui non di rado in queste vite, nelle loro idee, nelle loro visioni entra con lucida e curiosa decisione, senza mai smussarne gli angoli.
Il documentario Le venerable W. affonda le radici in quella che ormai possiamo definire una trilogia che comprende anche Idi Amin Dada e L’avvocato del terrore, un trittico sul Male come esercizio di normalità e allo stesso tempo di distruzione di massa di valori e umanità. Se nel caso del dittatore si giocava sull’apparente infantilismo e quasi purezza del cattivo e nel caso del legale ci si concentrava sulla burocratizzazione del lato oscuro, qui troviamo un progetto sconcertante nelle sue basi: cercare nel buddismo, in un monaco buddista che da sempre rappresenta (erroneamente) nella superficialità occidentale un’icona pacifista, il seme, il germe dell’odio. Perché dalle nostre parti l’abito fa il monaco, buddista, ma basta sentirlo W., ovvero Wirathu, per capire che la religione e in particolare il potere che dà ad alcuni dei suoi interpreti, è non solo l’oppio dei popoli, ma a volte il virus degli stessi. W., con placida e determinata convinzione porta avanti la sua personale guerra contro l’Islam - fino ad augurarsi la vittoria di Trump! -, la sua volontà di sterminare i musulmani, facendone dottrina. Li paragona ai pesci gatto - “come loro crescono in fretta, si riproducono molto e sono violenti, spesso mangiandosi tra loro” - e delle moschee dice che “non sono come i nostri santuari, ma basi da cui far partire la distruzione totale”. Schroeder lo segue, lo racconta, lo mostra attraverso gli occhi di giornalisti, direttori di agenzie umanitarie, altri monaci, ne mostra la capacità distruttiva, nelle menti e nelle stesse città, ce lo racconta, con immagini semplici ed essenziali e una struttura narrativa classica, in tutta la sua sconosciuta e darwinistica ferocia. Tanto che il protagonista non coglie mai, nel film-intervista, l’amara ironia di combattere una religione che definisce intollerante con l’intolleranza più selvaggia, di condannare la violenza del fanatismo islamico brandendo la propria religione come arma e arringando i propri fedeli come soldati.
Dio è morto, dicono in molti. Forse sarà vero, di sicuro Dio è morte, a molte latitudini. Perché è l’uomo che lo impugna come un’ascia, qualunque nome abbia. E Schroeder non cerca consolazione alcuna nel mostrarci dove può arrivare l’odio, soprattutto se alimentato da altro odio. E quanto il terreno, ovunque in questo mondo, sia troppo fertile per questi semi.

Boris Sollazzo
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