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Pura e semplice vendetta

Histoire(s) du cinéma: Excellence Award Moët & Chandon Mathieu Kassovitz

Pura e semplice vendetta

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© Collection Cinémathèque suisse. Tous droits réservés.

Se al momento della sua uscita nel 2005 il thriller di Steven Spielberg aveva scosso l’opinione di pubblico e critica per la sua attualità, oggi invece può addirittura essere visto come tragicamente profetico. 

Nel suo cuore Munich è infatti un film sulla vendetta, pura e semplice. E di conseguenza sulla sua inutilità. La forza primaria dell’opera di Spielberg è quella di una visione di cinema talmente potente da “costringere” lo spettatore a seguire empaticamente il gruppo di agenti/assassini al centro della storia. La missione? Eliminare i mandanti della strage di atleti israeliani da parte di terroristi palestinesi alle olimpiadi di Monaco 1972. Il regista lavora con straordinaria lucidità su una messa in scena asciugata, livida, che piega il realismo intrinseco a trovate di regia da brividi. Spielberg, coadiuvato al meglio dal fido Janusz Kaminski alla fotografia, sceglie come cifra stilistica principale il piano-sequenza, e più in generale il tempo dilatato dell’inquadratura per accentuare la tensione, fisica e morale, dell’azione. Ecco allora che Munich restituisce al pubblico il peso emotivo e psicologico che la violenza comporta. Eppure Mathieu Kassovitz, Eric Bana e i loro “colleghi” non si fermano, non esitano, neppure quando iniziano a essere decimati dagli avversari. Sotto questo punto di vista la sceneggiatura scritta da Eric Roth e Tony Kushner si rivela fortemente ambigua e proprio per questo ancora più propositiva, aperta all’analisi critica. 

Saving Private Ryan aveva cambiato la percezione del cinema di Steven Spielberg a livello formale. Munich ne decretò definitivamente la perdita dell’innocenza. 

Adriano Ercolani

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