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Il genio di Leo McCarey secondo Carlo Chatrian

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Carlo Chatrian, per comprendere la genialità di una figura complessa e sfaccettata come Leo McCarey non possiamo non partire dalle radici vivaci che stanno alla base del suo percorso artistico. La stagione delle comiche e in particolare il rapporto con il duo Laurel & Hardy…

Quando McCarey si avvicina al celebre duo, ha già una importante esperienza accumulata lavorando in seno al dipartimento del regista e prdouttore Hal Roach e con altri attori comici, come Charley Chase o Max Davidson. I primi film di McCarey si fanno notare per un sicuro controllo del racconto e rilevanti variazioni sui tempi narrativi. La forza dell’azione di McCarey sta nella calibratura perfetta delle entrate e uscite di scena abbinate a momenti di comicità più marcatamente slapstick, ma anche nella capacità di creare un tessuto di equivoci e fraintendimenti e di articolarlo su un piano narrativo. Questa varietà espressiva con Laurel & Hardy raggiunge una ritmica e un’eleganza capace continuamente di sorprendere. I tempi si allungano e si accorciano a seconda delle necessità, i tormentoni ossessivi si accendono e ritornano ma senza prevaricare il disegno d’insieme, perché tutto rimane all’interno di una forma che riesce sempre ad alternare passi, battute e situazioni. Da una parte, quindi, il ventaglio comico resta allargato nelle sue mille risorse, dall’altra la compostezza formale - che lo veicola - diventa ancor più forte, anche perché tutto parte dai due corpi degli attori, uno grasso e uno magro, che sono già la rappresentazione di qualcosa che esce dai criteri della norma.

 

Questo è quanto McCarey ha apportato alla storia del duo Lauren & Hardy. Ma quanto invece, secondo te, il duo ha influenzato McCarey?

Di solito, e non a torto, i critici evidenziano la maestria e il controllo con cui McCarey sapeva trattare la materia cinematografica in tutte le sue componenti, dalla direzione degli attori alla messinscena; così facendo, ogni tanto si perde di vista quanto la stagione delle comiche, con tutta la loro carica sovversiva a livello linguistico, abbia influenzato il cinema di McCarey anche nei suoi sviluppi successivi, quando per esempio approda ad altri generi cinematografici. Assieme al controllo formale classico, McCarey infatti conserverà sempre quel gusto per un ribaltamento delle aspettative e per un uso rovesciato di alcuni cliché cinematografici. Un’eredità che si ritrova per esempio in scene famose, come quella dove la “suora” Ingrid Bergman diventa allenatrice di boxe, rompendo il tessuto “sentimentale” di un film come The Bells of St. Mary's.

 

E proprio in virtù di questa eredità, quali sono secondo te le caratteristiche che connotano i melodrammi o le commedie sofisticate a cui McCarey approda nella seconda parte della carriera?

Condivido pienamente quello che il critico francese Jacques Lourcelles ha scritto a proposito di Leo McCarey, definendolo un regista che “filma i sentimenti”. Da questa espressione filtra quella che è una sua caratteristica: la capacità di focalizzarsi sui sentimenti, ma con quella sobrietà che non lo fa mai cadere nel sentimentalismo. C’è sempre una perfetta adesione emotiva al soggetto dei suoi film ma la materia sentimentale viene trattata in maniera tale che non si arrivi mai alla sua esasperazione. E per fare un esempio, mi vengono in mente le scene finali di due film specchio: Love Affair (1939) e An Affair to Remember (1957). Sebbene con rilevanti cambi di messa in scena, la scoperta della condizione della protagonista (bloccata su una sedia a rotelle) avviene in un modo mediato. Ovvero vediamo la scena dagli occhi, o meglio dall’espressione del protagonista maschile (Charles Boyer nel primo, Cary Grant nel secondo) che copre la verità nel momenti in cui scopre non la donna immobilizzata sul divano ma la presenza del quadro nella camera da letto. Questa scelta depotenzia il pathos della scena. McCarey riesce a includere lo sguardo dell’attore nello spazio circostante, usa la scala dei diversi piani, ma senza abusare del primo piano.

 

In fondo, McCarey resta un regista classico…

È senza dubbio tra le massime espressioni del cinema classico; d’altra parte, pur senza cadere nell’espressionismo riesce a raggiungere delle soglie di modernità, a volte completamente inaspettate. Solitamente, McCarey viene ricordato per gli attori maschili con cui ha lavorato (da Cary Grant a Paul Newman, passando per Bing Crosby). Eppure ci sono state circostanze come nel Belle of the Nineties del 1934 dove attraverso la maiuscola interpretazione di Mae West riesce a scontornare un personaggio femminile che per certi versi anticipa caratteristiche proprie del burlesque. Lì, c’è una donna, una soubrette che vive nel mondo dello spettacolo in modo spregiudicato, ma non ne è mai vittima. Anzi, sebben abiti la sua epoca (il film è ambientato a fine 800) Mae West dà prova di un’ironia senza pari che le permette non solo di condurre il gioco, ma anche di anticipare sensibilità molto moderne.

 

A proposito di modernità e di capolavori che sono rimasti impressi nella memoria collettiva. Un passaggio fondamentale per capire il percorso di McCarey nella storia del cinema non può non passare da Duck Soup (1933) dei fratelli Marx. Che tipo di collaborazione è stata la loro?

È una storia molto particolare, perché sono stati i fratelli Marx, al tempo già star affermate, a chiedere a McCarey di lavorare con loro. E ne è venuto fuori un connubio irripetibile, quanto faticoso, proprio per i loro metodi di lavoro diametralmente opposti. I fratelli Marx (Groucho e Harpo in particolare) sprigionavano una forza anarchica e ribelle nei loro giochi di parole e nell’uso dei loro corpi. McCarey, invece, aveva l’arduo compito di disciplinare questa materia incandescente all’interno di una struttura che desse una coerenza narrativa. Qualcosa, insomma, che andasse oltre la macchietta e la gag per poter agganciare ogni singola parte in un respiro più ampio. Un’operazione che è riuscita perfettamente nel film Duck Soup, ma per McCarey risultò troppo difficoltosa perché si potesse replicare.

 

Un altro caposaldo, soprattutto perché fece incetta di Oscar (sette statuette), è stato Going My Way (1944)…

È un film che sfruttando pienamente la figura di Bing Crosby nei panni di un prete ebbe un successo notevole, percché sapeva dare al pubblico quanto si aspettava. Una ricetta vincente, costruita con la solita maestria, ma che - rivista oggi – forse non ha la stesso fascino di allora. Più interessante è il film succesivo, The Bells of St. Mary's, per certi versi un sequel, ma con un coefficiente di difficoltà più elevato. In questo film, alla figura del prete (Bing Crosby) viene associata quella di una suora (Ingrid Bergman) ed è inevitabile che portando in scena uno sguardo di relazione tra uomo e donna non possano non incunearsi tratti di seduzione più pericolosi, visto il contesto. Tanto più che, essendo McCarey un regista cattolico, l’equilibrio su cui si regge mantiene l’audacia di una sua contraddittorietà ibrida.

 

Passando proprio in rassegna film come Duck Soup e Going My Way, c’è un altro dato che emerge: contrariamente ad altri grandi registi, per lui non c’è una serie di film più noti che, svettando, offusca il resto della produzione.

Sì, con McCarey siamo di fronte a una sorta di galassia aperta. Ed è per questo che una retrospettiva su di lui è importante, perché solo dallo sguardo d’insieme ci si può scontornare il profilo di un autore davvero proteiforme. L’anno scorso, con Jacques Tourneur, lo spettatore comune partiva da film molto famosi come Cat People e poi allargava l’orizzonte dei suoi interessi. Qui, invece, penso che la forza di McCarey stia proprio nel fatto che una sua vera riscoperta non possa passare che attraverso un viaggio complessivo nelle varie stagioni. Poi certo, ci saranno dei punti di interesse che magari potranno addensare maggiori interessi. Penso per esempio al rapporto con Cary Grant che McCarey ha lanciato nel mondo del cinema. In tanti, del resto, hanno visto nel grande attore americano una sorta di alter-ego del regista, proprio per la sua capacità di essere elegante in tutte le sue sfaccettature. Nel gesto, nel gusto per la battuta, nel suo sense of humour. E cioè in tutte quelle doti che permettono di sorvolare la scena, pur rimanendo nella verità della battuta. Una leggerezza che sa sempre contenere al proprio interno molte cose: dallo spasmo comico al più forte dei sentimenti.  

Lorenzo Buccella
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