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Tiri liberi, tiri mancini

Les Beaux Esprits - Piazza Grande

Tiri liberi, tiri mancini

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Vianney Lebasque si era fatto notare con Les Petits Princes, storia di una promessa del calcio costretta a lasciare l’attività per un problema cardiaco. Ora torna con un altro film sportivo di tono più leggero, ispirato a una storia vera. Ai giochi paralimpici di Sydney 2000, un giocatore di basket aveva dichiarato di non essere affetto da alcun handicap, scatenando uno scandalo che aveva coinvolto anche altre discipline.

Se fin dalle prime sequenze Les Beaux Esprits calca il tono della caricatura, con il passare dei minuti il racconto si apre ad accogliere una dimensione diversa, quella dell’integrazione. La squadra messa insieme da un cocciuto Darroussin – il personaggio più tragico dell’intera storia – è composta da un gruppo di losers dove semmai sono i cosiddetti “handicappati” i più equilibrati. Invece di porsi come ostacolo, l’handicap aiuta a definire l’obiettivo e trasforma il film sportivo in racconto di formazione. Lo sguardo del regista è infatti rivolto a quella generazione disimpegnata fatta di trentenni incapaci di affrontare la vita.

Il dualismo strada-palestra, proprio del basket, si colora dunque di un altro significato. È la palestra e il suo contorno a permettere a Stan e Benjamin di crescere, se non come sportivi, come uomini. Lebasque sa come si filma lo sport. Conosce le trappole della trama sportiva ed evita di focalizzarsi troppo sulle partite. Quando filma il gioco però lo fa con cognizione di causa, stando attento al gesto. Soprattutto sa costruire la dinamica interna a una squadra, che è fatta in gran parte di ciò che accade fuori della palestra. Il diventare squadra, dove l’unità ha la meglio sul singolo, è la semplice ma sempre attuale lezione che il film ci consegna.

Carlo Chatrian

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