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L’inverno di Diane

Diane - Concorso internazionale

L’inverno di Diane

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“I fell asleep”. Incomincia con una donna al capezzale di un’altra. Una donna più stanca della malata che dovrebbe accudire.  E con una stretta di mano tra le due, che è insieme dolce e forte. A quest’immagine – semplice e tuttavia difficile da filmare – Kent Jones affida il compito di condurci dentro il suo primo film di finzione. Da quel momento quell’abbraccio tra due mani diventa l’immagine mancante in un percorso che esplora ed espone il dolore degli altri e la pena di chi si dedica al prossimo. 

La messa in scena gioca su ellissi e inquadrature che ritornano (la strada vista dal parabrezza), l’attenzione cade sui dettagli, su quegli elementi per lo più anonimi che riempiono una vita. E che probabilmente resteranno anche quando la vita è trascorsa. Pur rimanendo su un livello descrittivo, la scrittura di Kent Jones riesce a far passare il discorso da un piano individuale a uno collettivo. La Diane incarnata splendidamente da Mary Kay Place racchiude tutte le donne sole, che fanno i conti con i problemi dei figli, che trovano il tempo di occuparsi di chi sta peggio. Diane più che il centro del film è il suo motore. È lei che senza darlo a intendere ci prende per mano e ci porta verso un luogo più intimo di quello descritto nella prima parte: il Massachusetts invernale diventa uno stato dell’animo. La narrazione si libera della sua consequenzialità e accoglie sequenze che stanno tra sogno, desiderio e ricordo. Kent Jones fa compiere al suo film un giro di 180 gradi: Diane diventa un viaggio non rivolto al prossimo ma a ciò che ci abita dentro, a cui non sappiamo dare un nome e che pure, giorno dopo giorno, ci guarda diritto negli occhi. 

Carlo Chatrian
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