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Sotto il cappuccio, niente

BlacKKKlansman - Piazza Grande

Sotto il cappuccio, niente

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Spike Lee sulla cresta dell’onda. In piena epoca Trump, fra guerre commerciali globali e striscianti alzate di testa in difesa della razza bianca (magari nella versione solo apparentemente annacquata di ‘movimento per la difesa dei diritti civili dei bianchi’), il sessantunenne regista americano trova nuova linfa per il suo cinema acido e politico rileggendo il libro pubblicato nel 2006 dal primo poliziotto afroamericano di Colorado Springs, Ron Stallworth. La storia, si fa per dire, è semplice. Il giovanissimo Stallworth giunge in Colorado con la famiglia nel 1972 e, contro il parere di tutti, entra nel bianchissimo distretto di polizia locale. Qui comincia a partecipare a missioni sotto copertura, la prima finanche tra i suoi fratelli neri delle Black Panther. Poi il colpo grosso. Stallworth riesce a entrare in contatto con la cellula di zona del Ku Klux Klan camuffando la sua voce afro e mandando agli appuntamenti con la congrega di razzisti un suo collega bianco per ottenere informazioni sulle attività del Klan. Spike Lee sceglie bene, i due colleghi poliziotti sono John David Washington e Adam Driver, in una parola perfetti. Il film si snoda fluido e stringente, certosino nel ricostruire modi e tempi dell’epoca, sottile quando allude ai nostri giorni, duro nel richiamare i fin troppo dimenticati valori positivi del melting pot americano (chi compie l’azione contro il Klan se non un nero afroamericano e un bianco di origini ebraiche?). Fra blaxploitation e Griffith (ma certo, The Birth of a Nation), Lee sceglie l’opzione didattica di una narrazione lineare e trasparente, necessaria a mostrare spiegare e ricordare: consapevole che per intervenire sulle macerie di una società quasi del tutto implosa, non bisogna aver paura di ricominciare da zero, raccontare la Storia per riscriverla.

Lorenzo Esposito
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